Italica. Il Novecento in trenta racconti

Rizzoli porta in libreria Italica. Il Novecento in trenta racconti, a cura di Giacomo Papi che intreccia trenta magnifici racconti italiani con una sua personale lettura del Novecento, fatta anche di statistiche, relazioni parlamentari, articoli di giornale. Leggeremo capolavori di Natalia Ginzburg, Primo Levi, Elsa Morante, Malaparte, Fenoglio o Ortese, e intanto scopriremo quanto costava un chilo di pane nel 1958 o quanto erano alti i soldati di leva nel 1940, quante case si costruirono negli anni Cinquanta e quante donne si laurearono nei Sessanta.

Cattedrale vi propone l’introduzione al libro e il primo racconto di Rosa Rosà, per gentile concessione dell’editore.

di Giacomo Papi

La letteratura è un documento, come la pittura, la musica, l’architettura e l’arte in generale. I quadri mostrano come le persone si vestivano e si tagliavano i capelli, le stanze in cui abitavano e il loro modo di ridere, piangere o giocare a carte. I romanzi, i racconti e le poesie documentano anche le emozioni, il modo di parlare, litigare e scherzare, la lingua segreta del potere, come si nasceva, amava e moriva, oppure ammazzava. La letteratura racconta la storia, sempre, anche quando ricostruisce il passato o immagina il futuro, perché non esiste storia senza racconto. Prima che la furia della modernità iniziasse a etichettare tutto, come in un supermercato, storia e letteratura erano indistinte. Erano cronaca, “riguardavano il tempo”. Questo libro usa i racconti, un genere letterario in Italia abbastanza trascurato, per ricapitolare gli ultimi cent’anni attraverso le voci e gli sguardi degli scrittori e delle scrittrici che erano vivi mentre quei fatti accadevano e che li hanno testimoniati scrivendo, dopo averne sperimentato i dolori e le gioie, sofferto le malattie e combattuto le guerre. Sono trenta racconti che parlano di quello che è successo in Italia dall’inizio del Novecento a oggi. Non sono i più belli (anche se molti racconti sono i più belli del secolo) perché il criterio che ha orientato la scelta è stato cercare di mostrare i passaggi cruciali avvenuti nella politica e nel costume in Italia.
Ne è uscita una storia a più voci, una tra le tante possibili, poiché i racconti italiani sono un archivio sterminato, e per lo più ignorato, da cui si potrebbero ricavare altre verità, o almeno altre versioni, su come sia andata davvero. I testi furono scritti, in maggioranza, mentre i fatti narrati avvenivano, in diretta. Qualcuno anni dopo, nel ricordo. Gli scrittori sono più numerosi delle scrittrici, perché nel Novecento anche la letteratura è stata un’attività in prevalenza maschile. Scrivere è un potere che implica la possibilità di essere letti, dunque di avere attenzione, e così, per ritagliarsi uno spazio e rispondere alle aspettative della società, la maggior parte delle scrittrici italiane si relegò nell’analisi della sfera intima, non in quella pubblica, scrivendo per lo più di sentimenti e famiglia, di costume più che di politica, di amore più che di cronaca. La selezione è stata circoscritta agli autori non viventi, per coerenza con la concezione documentale della letteratura e per consegnare il Novecento ai classici. Ventisette racconti corrispondono ai classici capitoli dei libri di storia: la Prima guerra mondiale, il fascismo, la condizione delle donne, degli omosessuali e dei poveri, le leggi razziali e il consenso al regime, l’entrata in guerra, la Resistenza e la vittoria della Repubblica, la ricostruzione, la vita nei campi e nelle officine, la mala, la legge Merlin, la parità salariale, l’arrivo dei computer e della pillola, la crescita del terziario, il terrorismo e l’eroina di massa, il calcio come politica, la valanga di Manipulite, i naufragi nel Mediterraneo. Gli ultimi tre racconti sono profezie in cui fu immaginato il futuro, cioè il nostro presente, quando doveva ancora accadere. Primo Levi nel 1971 descrisse un mondo in cui chiunque può diventare un testimonial, come accade oggi sui social; Anna Rinonapoli, una scrittrice di fantascienza poco conosciuta, raccontò l’estinzione del patriarcato con un misto di orrore e speranza; Dino Buzzati inventò un viaggio in treno attraverso un’Italia deserta, simile a quella che abbiamo sperimentato durante la pandemia. Ma il primo personaggio che entra in scena è la città.

[…] Nel 1917 sull’«Italia futurista» apparve Moltitudine, un breve testo in cui della città, oltre alla violenza, si percepisce la vita, «l’intensità delle fogne, le guerre pazze nei canali. I canti delle correnti d’acqua nascoste. I brividi dei tubi di gas». Era !rmato Rosa Rosà, nome d’arte di una scrittrice e disegnatrice viennese di trentatré anni, la baronessa Edith von Haynau, che aveva sposato un italiano, Ulrico Arnaldi, e si era avvicinata al futurismo mentre il marito era al fronte. Fu una delle poche a sentire l’altro lato della modernità, quello dove «non si mangia non si dorme non si ama», dove «non c’è posto per i deboli» e «l’ombra ingoia una metà delle cose. L’altra metà è acciecata». Nel 1918 Rosa Rosà – che sarebbe morta dimenticata nel 1978 a Roma – avrebbe pubblicato uno strampalato romanzo, Una donna con tre anime, primo esempio di fantascienza futurista e femminista, in cui l’identità della protagonista si moltiplica, dissolvendosi e liberandosi nello spazio e nel tempo. Come l’euforia della Milano di allora che periodicamente risuona e ritorna, come è accaduto negli anni che hanno preparato l’epidemia. Il Novecento non se n’è mai andato. A volte mi capita di percepirlo ancora, di ascoltare i rumori e sentire nel corpo la presenza dei morti che vissero la città esplosa e di tutti quelli che la costruirono, edificando le strade, le case, le stanze in cui ancora oggi abitiamo e dormiamo.

MOLTITUDINE
di Rosa Rosà

Altoforno sempre acceso della città. Spugna assorbente. Centro di tentacoli diramati nella lontananza. Lastra rovente che costringe ad un ballo incessante i deboli arsi vivi consumati, i forti accelerati in tutte le loro facoltà. La Città vista da lontano: dignitoso oceano con alcune sporgenze di calme cupole e torri: razzi formati dalla loro propria scia immobile pietrefatta congelata all’altezza di cinquanta o sessanta metri. La Città vista da vicino: convulsione compressa e irradiazione di vitalità nell’atmosfera. In ondate quasi visibili, l’emanazione dei cervelli, la coscienza dei valori, le passioni acute galleggiano nello spazio. Il cuore della città durante il giorno: centro ciclonico che aspira e risof!a lontano milioni di atomi vivi in un vortice incessante. Lavoro. Non si mangia non si dorme non si ama. Intelligenza pura. Tutti camminano urtandosi come zolfanelli che si devono accendere. Non c’è posto per i deboli. Cervelli prolungati in una gigantesca ragnatela di !li elettrici. Un abile chirurgo ha estratto quella complicatissima rami!cazione dalla carne pesante della città sospendendola in alto come reti di pescatori al sole. Sopra i tetti, più alto che gli amori dei gatti, la vita dei !li. Il selciato: epidermide paziente – tappeto pietri!cato. Immobile torrente di nastri in matassa. Tappeto – scudo per coprire – difendere la Terra dagli zoccoli delle bestie dai piedi degli uomini.
La continuità del materiale vario si estende in una unica dimensione: lastra-strato-piattitudine. Tre soggettivi diventati oggettivi. Sotto al corpo materno del selciato: gli occultismi, l’intensità delle fogne, le guerre pazze nei canali. Le ombre delle cantine. I canti delle correnti d’acqua nascoste. I brividi dei tubi di gas. Fremiti continui sotto i pesi che passano sopra il selciato: le pancie affannose-aggressive dei tram strisciando come grandi scope burrascose alzando al loro passaggio turbini di aria tormentata. L’aderenza tagliente e ruotante delle ruote. Il ritmo sincopato degli zoccoli. Le rotaie che gemono nelle curve sotto la pressione dei pesi nell’estasi della loro materialità toccata. Pareti di altissime case tempestate da smisurate lettere. Imperativi dispotici lanciati da af!ches in linguaggio sintetico che s’impongono come un tatuaggio nei centri nervosi. Ordini di ipnotizzatori af!ssi al muro. Il cuore della città durante la notte: teatro e cinematogra! succhiano come i precipizi senza profondità la folla. Il biancorosso-oro dell’interno straripa sulla strada. Af!ches pieni di esotismi frizzanti che danno anche all’esistenza più casalinga l’illusione di partecipare a cose inaudite lontanissime. La poliformità è acutizzata. L’ombra ingoia una metà delle cose. L’altra metà è acciecata da fasci di lumi bianchissimi e colorati. Enormi astri che galleggiano nel mezzo delle strade, appesi a invisibili !li come frutti viziosi all’albero bluscuro della notte. Falsi!cazioni intense della luna. Il cielo notturno rossastro strato gravido di tutte le esalazioni di tutti i raggi smarriti. Grande ala sof!ce viola scura che copre case colpe di patriarcale regolarità. Cielo notturno che copre raf!che di disordine e meravigliose piante strambe !orite su montagne di sabbia che s!dano l’Eternità. Cielo notturno: gigantesco coperchio abbattuto sopra la città per non offendere gli occhi delle stelle.