Un giorno come un altro, di Shirley Jackson

di Debora Lambruschini

 

È sempre un giorno come un altro nei racconti di Shirley Jackson, ma è un quotidiano in cui un elemento disturbante affiora lentamente a perturbare l’ordine razionale, la falsa armonia della scena, lo scorrere regolare delle cose. Non sempre e non necessariamente Jackson sceglie la chiave del soprannaturale per scardinare le nostre certezze, anche se il suo successo è legato soprattutto ai racconti e romanzi che virano all’horror, da L’incubo di Hill House ad Abbiamo sempre vissuto nel castello, Paranoia, Lizzie. Il mondo letterario di Jackson si compone di registri e generi diversi, legati dal fil rouge dell’ironia pungente che la caratterizza; una varietà che ben si coglie nelle raccolte di racconti negli ultimi anni pubblicate da Adelphi, La luna di miele di Mrs Smith cui da poco ha fatto seguito Un giorno come un altro – entrambi tradotto magistralmente da Simona Vinci – e che comprendono racconti apparsi su rivista e altri testi inediti, a comporre un mosaico ricchissimo e un tassello fondamentale nella bibliografia della scrittrice statunitense. L’inquietante, il soprannaturale, si mescolano al racconto della quotidianità, all’analisi sociale; gli sketch e l’ironia di una donna alle prese con le responsabilità famigliari e il bisogno di conciliare la vita domestica con l’urgenza della scrittura, strappando due ore al giorno in cui essere Shirley Jackson la scrittrice. E solo lì diventare davvero se stessa. Solo lì, davanti alla macchina da scrivere respirare e tenere a bada i propri demoni, crearne di carta e parole, infrangere stereotipi e rendere letterario ciò che da sempre è bistrattato. Storie e testi contenuti in un baule, ritrovato in un fienile del Vermont e recapitati alla famiglia anni dopo la scomparsa dell’autrice, rivelano un corpus letterario molto più variegato e nutrito di quanto ci si sarebbe aspettati. Adelphi completa la pubblicazione di questi testi con il secondo volume, Un giorno come un altro, in cui compaiono anche un paio di racconti noti e già pubblicati, tra cui La ragazza scomparsa, forse una delle short story più interessanti di Jackson.

Ed è su questo racconto che mi soffermo, sul mistero che racchiude e il senso che mi pare di cogliervi nella produzione letteraria di Jackson; nel farlo lo accosto al racconto di un’altra autrice che con lei condivide l’interesse per la natura umana, le pieghe più oscure del quotidiano, seppur con modi ed esiti differenti. Rileggendo adesso La ragazza scomparsa ho immediatamente pensato a un altro racconto ambientato in un campo estivo femminile, Morte per paesaggio di Margaret Atwood, contenuto nella raccolta Come sopravvivere in natura che Racconti ha pubblicato la scorsa estate nella traduzione di Gaja Cenciarelli. Due storie differenti ma per molti aspetti affini, a partire dall’ambientazione, ma più sottilmente per l’inquietudine generata, per il mistero che le avvolge, per la feroce critica sociale che si cela appena sotto la superficie.

Martha Alexander è la ragazza scomparsa di Shirley Jackson: è una giovane studentessa del campus estivo femminile Phillips, ai margini di una cittadina amena in cui poco o nulla accade, e di lei inspiegabilmente si perdono le tracce. Ma è una strana scomparsa che sa di dissolvenza: nessuno quando interrogato pare ricordarsi davvero nel dettaglio di lei, il suo aspetto è descritto in modo ordinario e generico, la sua presenza alle lezioni e attività del campus mai del tutto certa. Svanita, più che scomparsa.

 

Un’attenta verifica degli elenchi delle attività ricreative dimostrò che, se da un lato la ragazza risultava iscritta a recitazione, scienze e nuoto, la sua effettiva partecipazione a quelle attività era incerta; la maggior parte delle istruttrici compilava il registro in modo approssimativo, e nessuna di loro fu in grado di ricordare se una ragazza con quelle caratteristiche fosse stata presente un determinato giorno.

(La ragazza scomparsa, p. 166)

 

È una dissolvenza che sembra preannunciare quella di tante donne adulte costrette ad annullare loro stesse per indossare la maschera di volta in volta imposta, farsi invisibili, fino a scomparire; essere poco, quasi nulla, una figura sfocata sullo sfondo. Ma quando i contorni si fanno più definiti, quando improvvisamente esce dall’ombra – con la sua scomparsa, certo, ma così di colpo Martha diviene reale – l’equilibrio si infrange, il quotidiano turbato dall’inaspettato che confonde ogni cosa fino a quel punto creduta reale. Crollano certezze, le crepe sulla facciata si fanno sempre più profonde, l’irrazionale si fa spazio nel concreto. È sempre una deflagrazione quando una donna esce dall’ombra.

La scomparsa di Lucy, di Morte per paesaggio di Atwood, è, invece, un vuoto dai contorni ben più delineati: la sua presenza al campo estivo è testimoniata da amicizie solide, confidenze, dalla partecipazione alle varie attività. Di lei l’autrice ci lascia scoprire molto di più di quanto faccia Jackson con la sua Martha, perché altrettanto diverso è il significato che si vuole attribuire alla scomparsa delle due ragazze. E qui, di nuovo, sarebbe opportuno distinguere tra scomparire – Lucy – e svanire – Martha – anche se entrambe lasciano dietro di loro numerosi interrogativi cui non verrà data risposta certa. Se di Martha non sappiamo praticamente nulla, qualche accenno generico al suo aspetto ordinario e sporadici dettagli sulla sua famiglia che si rivelano dopo la scomparsa, Lucy è invece una presenza molto più concreta. Lucy è «bionda, con la pelle trasparente e grandi occhi azzurri come quelli di una bambola», si muove a suo agio per il campo estivo e si diverte a infrangere qualche regola. La sua presenza in apparenza è solida, stringe legami con chi le sta accanto. Martha è sfocata, pare più una presenza eterea che una persona reale; la sua compagna di stanza la nota a malapena e, il giorno che scompare, non si volta quando Martha esce dalla stanza; «io esco, devo fare una cosa», sono le ultime parole che dice, poi più nulla di lei. Ma passano dei giorni prima che effettivamente la sua scomparsa desti allarme. Chi è questa ragazza? Ma soprattutto: esiste davvero?
È questo l’interrogativo più profondo e intrigante della storia di Jackson, che assume contorni oscuri e disturbanti. Quasi non esistono tracce di lei, del suo effettivo passaggio al campo, e, lentamente, scopriamo, nella vita stessa: resta sullo sfondo come figlia, come allieva, come amica, confusa ad altre come lei, intangibile, irreale. E così doveva essere per lo svolgersi ordinario delle cose, la sua comparsa in primo piano è l’elemento esplosivo che irrompe sulla scena.
Tutt’altro che intangibile Lucy: lei esiste, è fatta di carne e ossa, è mutevole e scostante nei suoi sentimenti e cambia da un’estate all’altra, nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Lei non svanisce, non fuoriscena almeno, Lucy lancia un ultimo grido, che non assomiglia a terrore ma «più a un grido di sorpresa», poi di lei più nulla, nessuna traccia. La sua scomparsa è sconvolgente e a questa si lega l’accusa, la colpa, che investe Lois, la sua amica, e la perseguita negli anni.

 

Forse non ci pensavano. Forse erano solo addolorate per lei. Ma lei sentiva di essere stata processata e condannata, e questa sensazione le è rimasta addosso: la consapevolezza di essere stata presa di mira, condannata per qualcosa di cui non aveva colpa.

(Morte per paesaggio, p. 139)

 

L’eco di Lucy, la sua presenza, rimane nel tempo, non scompare mai del tutto. Atwood dà corpo a un’inquietudine sottile, che pervade tutto il racconto.
Il perturbante di Jackson ha una consistenza differente, si lega ad altri elementi e spunti, fa leva su paure e fantasmi che paiono adattarsi via via a tempi e contesti sociali diversi, fino al nostro, epoca in cui essere invisibili è lo spauracchio da scacciare con la nostra sempre più invasiva presenza ovunque, da dimostrare continuamente.
Più della scomparsa di Martha, è il mistero della sua esistenza ad ammaliare il lettore. Chi sei Martha? Esisti davvero? Che cosa ti è successo?

 

Un corpo, che poteva essere quello di Martha Alexander, venne trovato, naturalmente, poco più di un anno dopo, nell’autunno inoltrato, mentre scendeva la prima neve leggera.

(La ragazza scomparsa, p. 173)

 

L’esistenza effettiva di Martha è uno di quegli enigmi tipici di Jackson che resterà senza risposta certa: è la consapevolezza o meno di Mrs Smith sull’oscuro passato del neo marito (La luna di miele di Mrs Smith), è la colpa di una bambina che forse ha avvelenato la propria famiglia (Abbiamo sempre vissuto nel castello), è la matriarca che detiene ricchezze e potere e pare disposta a tutto per conservarlo, perfino a uccidere il suo erede (La meridiana), è la fantasia violenta di una moglie che potrebbe tramutarsi in azione (Che pensiero).
Di questi misteri, di queste divergenze, è disseminata l’opera tutta di Shirley Jackson. E la sua scrittura, che non smette di affascinarci per la straordinaria capacità di inchiodare alla pagina e interrogarsi su quanto abbiamo appena letto, sulla percezione di aver a malapena sfiorato il mistero che cela.