Raki per incendiare la vendetta moderna. I racconti di Fabio M. Rocchi


di Giordana Restifo


If you prick us, do we not bleed?
If you tickle us, do we not laugh?
If you poison us, do we not die?
and if you wrong us, shall we not revenge?
"
William Shakespeare – The Merchant of Venice (Act III, scene I)

Con una serie di domande retoriche Shakespeare, attraverso il monologo del controverso Shylock, induce il lettore a interrogarsi sulla propria natura di essere umano. Non siamo tutti uguali? Non proveremmo anche noi quell’antico desiderio di vendetta davanti a un torto o a un affronto subito? Vendicarsi, infatti, potrebbe sembrare la conseguenziale reazione a un’offesa o a un sopruso, così come lo è ridere per il troppo solletico o morire a causa di un avvelenamento.
La vendetta è un tema ricorrente e trasversale nella letteratura e nel mondo delle arti. Scrittori, compositori, rapper, rocker, registi e attori, nessuno è immune al suo fascino. Materia misteriosa e ammaliante, ci porta a indagare nelle strozzature dell’animo umano e, quindi, nei nostri stessi anfratti, per provare a scoprire dove e come mai si annida quel desiderio di rivalsa.
Non poteva certo mancare una rappresentazione di tale sentimento nella mitologia classica: profili androgini o femminili, chiome di serpenti, grandi ali, alito mefitico, «e con idre verdissime eran cinte[1]». Dissimili sono le descrizioni e le raffigurazioni (si vedano quelle di Gustave Dorè o di William-Adolphe Bouguereau), delle Erinni (o Furie). Imbracciano forconi, tizzoni ardenti o torce, per punire chi compie delitti di sangue (specialmente quelli contro la famiglia) o trasgredisce alle “leggi naturali”. La personificazione della vendetta che colpisce chi disonora la vita altrui.
C’è un Paese, a poca distanza dall’Italia (poco più di cento chilometri separano le coste pugliesi da quelle di Valona), in cui l’onore e il disonore contano a tal punto da essere stati inseriti nel codice di leggi consuetudinarie (tramandatosi dapprima oralmente), denominato Kanun di Lekë Dukagjini, che per secoli ha disciplinato la vita sociale e culturale dell’Albania. Il matrimonio, il lavoro, la famiglia, l’onore, la vendetta di sangue, ma anche il perdono, ogni aspetto era regolato dal Kanun. L’origine del codice risalirebbe al 1400, epoca durante la quale visse il padre putativo della raccolta di norme, il condottiero Lekë Dukagjini per l’appunto.
A oggi, l’antica legislazione non vige più ufficialmente, anche se alcuni dei suoi dettami sono rimasti profondamente radicati nella cultura del Paese. Uno degli aspetti, tra i più aberranti rimasti in uso (soprattutto nei territori al Nord dell’Albania), è quello della gjakmarrje, la vendetta di sangue. Un qualsiasi conflitto interpersonale può tramutarsi in un insensato spargimento di sangue, che include famiglie e parenti di ogni grado. Un concetto interpretato a proprio uso e consumo che si traduce con quello di giustizia privata. Nei secoli la pratica della vendetta è andata affinandosi, ha camminato di pari passo con la modernità che, avanzando lenta e inesorabile nel Paese delle aquile, ha dovuto fare i conti con i retaggi del passato.

I cittadini albanesi, impreparati ad affrontare un futuro talmente imminente che nei paesi attorno a loro era già presente, hanno provato ad accogliere le trasformazioni della società dopo decenni di occlusione. Negli anni ‘90 le barriere sono cadute. Diversi fattori, come il capitalismo, l’era dei consumi, l’industrializzazione, hanno spinto il paese ad aggiornarsi. Non tutti, però, si sono adattati alla nuova situazione, alcuni non sono riusciti a scrollarsi di dosso vecchi dogmi tramandati da una generazione all’altra. In questo modo vivono e si comportano i personaggi dei racconti di Fabio Rocchi nel suo esordio letterario La disputa sul raki e altre storie di vendetta, edito da Besa Muci e pubblicato lo scorso febbraio. Si muovono in bilico fra tradizione e cambiamento, chi disorientato, chi, invece, ben consapevole delle proprie azioni, in maniera talmente realistica che qualcuno potremmo pure pensare di conoscerlo.

Prima di incontrare i genitori, i figli, gli imprenditori, gli ingegneri, i tassisti infiammati o anestetizzati dal raki, che con la propria storia ci raccontano quella di molti, alcune affinità tra la casa editrice salentina Besa Muci e le narrazioni del professore italiano (insegna all’Università di Tirana) hanno catturato il mio interesse: l’Albania e la Puglia, specchiandosi l’una con l’altra, si sono legate e hanno costruito, negli anni, un rapporto diretto e complesso … può succedere con i dirimpettai; la seconda connessione riguarda una parola che ha insito un significato profondo, difficile da tradurre perché portatrice di un principio cardine della cultura albanese, “besa”. La besa è la parola data, la fede giurata, una promessa fatta e rispettata o da rispettare, la parola d’onore. Come si diceva, attorno all’onore ruotano tutti i dettami del Kanun. La besa è una parola “irrevocabile” con la quale ci si assume un impegno: dal rispetto per il matrimonio e per la famiglia a quello per la casa, dalla sacralità con la quale trattare gli ospiti alla cura che si mette nel lavoro.

I personaggi di Fabio Rocchi agiscono, mossi da una besa silenziosa, per vendicare un oltraggio (che loro reputano tale), subito in prima persona o da chi gli è caro; finendo, in alcuni casi, per autosabotarsi senza rendersene nemmeno conto. Uomini e donne che rinunciano a legami di sangue o ad amicizie storiche, spinti dall’intramontabile sete di denaro (come nei racconti Non si decide a morire o Il vicedirettore è al momento assente), figli che sacrificano la propria vita in nome dell’onore della propria madre (Bulloni). Celata dietro le storie che compongono La disputa sul raki, c’è la volontà di un paese in evoluzione di rimanere ancorato, in modo viscerale, alle proprie usanze, ai propri ragionamenti e atteggiamenti. Da una parte c’è il desiderio di una modernità bramata, la voglia di aprirsi all’Europa, alle sue mode e ai suoi costumi (come in Cleardate dot com o in Rinas-Frankfurt Hahn-Rinas), dall’altra l’ambizione di apparire a ogni costo “uomini tradizionali”, scadendo in quelle forme di patriarcato ben conosciute nel mondo occidentale, che porta un fratello ad arrogarsi il diritto (senza alcuna concessione) di criticare la sorella per il modo di vivere, di comportarsi, di vestirsi (sempre in Rinas-Frankfurt Hahn-Rinas).
Rocchi racconta, tra le righe, di un’Albania che prova a scacciare i fantasmi del regime comunista di Enver Hoxha, culminato nel caos totale con una sanguinosa guerra civile. Leggendo Alessandro Leogrande ci si può fare un’idea di come hanno vissuto gli albanesi (almeno quelli all’interno del perimetro geografico dell’Albania) fino agli anni ’90: «Nessun rapporto con l’esterno, nazionalismo esasperato, controllo totale del Partito, culto del capo al limite della paranoia collettiva, carcerazioni di massa, repressione capillare[2]». Alcuni dei cittadini che popolano La disputa sul raki vedono e vivono la trasformazione del paese in cui abitano, assistono alle speculazioni edilizie e all’ampliamento delle città, sperimentano la rivoluzione democratica che ha aperto alle lingue straniere (come nota Isabella, la protagonista del racconto Il festival internazionale delle letterature, dal driver allo staff del convegno a Tirana al quale partecipa, tutti sono abili nel parlare in inglese e in italiano). La democrazia ha anche accelerato, per forza di cose, la spinta al consumismo e un oggetto come la televisione è entrato nelle case albanesi, portando nuovi idiomi, allegria, informazioni, ma anche sogni e scompiglio in qualche famiglia, come in quella di Aferdita, protagonista del truce racconto L’imbutino (anche lei oppressa da antichi retaggi e usanze da accettare a testa bassa):

I suoi giurano che l’ha rovinata la tv italiana, con i programmi dedicati alla ricerca dell’amore e alle storie di assassini. Con tutti quei sogni sbagliati che coltivano le ragazze di laggiù. Ne sono fermamente convinti nel paese, tant’è vero che le ragazze che si mettono a guardare la De Filippi o la Leosini appena rientra il padre vengono prese a male parole: spegnete subito quel coso. Non vi voglio più vedere a sbavare di curiosità dietro quelle kurve impestate se non volete fare la fine di Aferdita la delinquente.

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Il processo di transizione in Albania è ancora in atto; ciò ha fatto sì che, nonostante gli sforzi, le aperture, la vicinanza, almeno geografica, all’Europa, il paese non sia entrato a pieno titolo a far parte dell’UE (nel 2009 ha presentato la propria richiesta di adesione, nel 2014 gli è stato concesso lo status di “paese candidato” e tuttora si trova in questo limbo). Gli affari sono ancora gestiti con la propria valuta, il lek – al plurale lekë – albanese (al momento un lek vale circa 0,80 centesimi di euro), difatti, i personaggi dei racconti contrattano, scambiano, parlano, prestano e pretendono indietro lekë o “lekë nuovi”, mostrando attinenza all’attualità (nel 2019 la Banca d’Albania ha presentato i nuovi tagli di banconote, alcuni già emessi, altri inizieranno a circolare quest’anno e nel 2022). Non far parte ancora degli stati membri dell’Unione Europea comporta che se dei cittadini albanesi decidessero di andare a vivere in un Paese comunitario avrebbero bisogno di un permesso di soggiorno; parimenti chi decide, come molti italiani, di andare a vivere in Albania deve farne richiesta.

Tornando al rapporto diretto instauratosi tra Albania e Italia, da qualche anno si assiste anche al rapporto inverso: le aziende decidono di delocalizzare i propri processi produttivi in Albania, gli imprenditori vi soggiornano per comprenderne meglio i vantaggi e nel paese ormai abbondano gli expat. In Albania, sosteneva Alexander Langer, «è proprio l’insieme assai precario della situazione che favorisce una larga fioritura di fantasiosi business di ogni genere, dove il genio di improvvisazione e l’arte di arrangiarsi – ben conosciute in tutto lo spazio mediterraneo – celebrano fasti notevoli[3]». A questa tesi sembra essersi ispirato Gianni, il protagonista dell’ultimo racconto, quello che dà il titolo, e il significato più profondo, a tutta la raccolta. Un italiano che si è inventato un estroso business, nel quale ha coinvolto anche un albanese, un turco e un greco, assolutamente consapevole che tale mescolanza di culture ricordi una barzelletta.
È in questo racconto che il protagonista, oltre al giovane italiano, è il raki; ma di cosa si tratta? E cosa rappresenta? Innanzitutto, bisogna dire che è la bevanda alcolica che quasi tutti i paesi balcanici si contendono (proprio come nella disputa tra l’albanese, il turco e il greco di Rocchi). È un liquido incolore talmente forte da annientarti per un attimo tutti i sensi insieme; c’è chi dice che sia simile alla grappa, chi all’ouzo, chi all’acquavite; la verità è che assomiglia solo al gusto che ogni popolo gli attribuisce. Ed è molto più di un distillato, un liquore o un digestivo. Con il raki si prendono decisioni importanti, si scuote il dolore, ci s’infonde coraggio, si stringono patti e si fanno accordi, si festeggia la fine del Ramadan con amici e parenti, che siano questi musulmani, ebrei, ortodossi, cristiani o atei[4]. Se ne ha sempre una scorta in casa pronta per essere offerta. Una cara donna di Elbasan mi ha detto che il raki simboleggia la «maledizione delle mogli e la gioia (rifugio) dei mariti, ma anche la prima sbronza dei bambini che si apprestano a diventare adolescenti». Per chi è cresciuto in Albania, è un sapore che sa di casa, di origini; difficilmente si trova nei ristoranti o nei locali, ma ogni albanese conosce almeno una persona (un parente, un amico, un parente di un amico o un amico di un parente) che prepara bottigliette (rigorosamente riciclate da altre bevande) di raki take away. Così, può capitare che, in una notte italiana, intontiti dal sonno, ci si alzi dal letto per andare a bere un po’ d’acqua, si afferri una bottiglietta dal frigo e in un istante, giusto il tempo di mandare giù, i ricordi ti scuotano riportandoti nella tua terra: echi di risate e di pianti, urla per una nuova vita o per un’altra perdita, un antico canto, un sapore lontano di fërgesë della nonna, anche se a cena hai mangiato pizza.
Non in tutti i racconti della raccolta è menzionato il raki, forse per non renderli ridondanti, come può essere distruttiva la bevanda al terzo bicchiere per uno stomaco debole o non abituato.
Nelle ultime pagine de La disputa sul raki, Gianni, con le sue elucubrazioni alcoliche, ci permette di avvicinarci con meno timore ai personaggi che l’hanno preceduto. Sdraiato su quella terrazza, si sente finalmente parte di un luogo, si trova a suo agio, capisce che le differenze tra lui e i suoi soci (e quindi tra il suo e i loro popoli) non sono poi così marcate, né rilevanti:

Maledetti Balcani, alla lunga ti persuadono con la loro forza. Le differenze non erano così spiccate come avevo pensato all’inizio.

 

In fondo, e forse anche grazie all’effetto del raki, riesce ad assolvere quei tre uomini boriosi, presuntuosi e pieni di sé, perché, e questo è anche un punto fermo nel Kanun, la vendetta si può attuare con spargimenti di sangue ma soprattutto con il perdono generoso.

 

[1] Nel suo viaggio all’Inferno, Dante Alighieri incontra le Erinni che sbucano fuori all’improvviso e con il loro aspetto lo terrorizzano; Virgilio si sofferma a descriverle e prova a tranquillizzare il sommo poeta. Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IX.

 [2] A. Leogrande, Il paese di fronte, contenuto in Dialogo sull’Albania, a cura di G. Accardo, Edizioni Alphabeta Verlag, Merano, 2019.

[3] Testo inedito di Alexander Langer del 1994, contenuto in Dialogo sull’Albania, a cura di G. Accardo, Edizioni Alphabeta Verlag, Merano, 2019. 

 [4] Il richiamo è a uno dei romanzi di Anilda Ibrahimi, Il tuo nome è una promessa, Einaudi, Torino, 2017.