Vita, di Anna Voltaggio

Neri Pozza porta in libreria La nostalgia che avremo di noi di Anna Voltaggio. Una commedia umana, un libro di racconti polifonico, un sasso che, lanciato in acqua, espande in cerchi concentrici la sostanza misteriosa del desiderio.

Cattedrale pubblica uno dei racconti contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

VITA
di Anna Voltaggio

Sente ridere forte, Vita, mentre costeggia la stazione trascinandosi dietro il trolley. È un pomeriggio buio, le luci rosse degli stop si parlano con quelle piccole e colorate appese alla meno peggio sui balconi delle palazzine, sotto il portico ci sono i barboni, uno accanto all’altro e mal riparati, buttati a terra in modo scomposto su pezzi di cartone e coperte marcite. Vita cammina sul marciapiede cercando di tenersi a distanza da loro e non vorrebbe guardarli. Tiene lo sguardo dritto davanti a sé come se fosse tutto normale: le luci che oscillano, la puzza, le persone sfinite a terra.
Va avanti e il trolley la segue con il suo rumore, continua a ignorarli ma non le riesce del tutto e allora li spia, con la coda dell’occhio li passa in rassegna, qualcuno si rigira nei pensieri acidi, una donna ha un braccio monco, dal gomito in giú non c’è piú niente, indossa un abito lungo e logoro ma sotto il grigio scuro della polvere addensata e dell’asfalto si vedono i fiori piccoli e rossi. Sono corpi in disordine, esistenze storte con la pelle del viso indurita, sembra corteccia quella pelle, fanno paura, pensa Vita, le persone che non hanno niente da difendere.
L’odore che attraversa è nauseante perché trabocca di verità e la fa sentire a disagio, Vita lo sa bene e vorrebbe sempre evitarla, la verità. La linea dei taxi bianchi intanto scintilla e aspetta quelli che arrivano a festeggiare. Il Natale, pensa infine, mette troppa pressione.
Vita è in orario e comunque, come ogni giorno, cammina veloce. Cammina come chi ha qualcosa di urgente da fare, come chi ha accumulato ritardo su una tabella di marcia, come chi ha un problema da gestire.
Non ce ne sarebbe ragione ma Vita sente di avere poco tempo e cammina veloce. Ha rimandato molte volte questo viaggio verso Trieste, non le piace viaggiare ed è brava a trovare scuse che sembrano ragioni. Certe volte le pare di conoscere il futuro e tenta di ingannarlo, ha cambiato il biglietto, ha posticipato due volte la data e tre volte l’orario come se, ad avere piú tempo, un evento imprevisto potesse riservare una sorpresa e il futuro diventare un nuovo futuro di cui Vita non conosce niente.
Il trolley ha una ruota storta che sfrigola e trita le pietruzze che incontra sul tragitto. Vita non vorrebbe neanche averlo un trolley.
Non le piace partire, a dicembre poi, in mezzo alle famiglie che si vogliono riunire per festeggiare in quella forma di nevrosi che investe tutto: gli oggetti, le strade, l’aria stessa. Studenti fuorisede con il cibo accatastato dentro le buste plastificate, gli anziani confusi, i bambini stanchi, i militari ancora in divisa. Sono tutti piú aggressivi a Natale.
Sarebbe rimasta volentieri a Roma tra le sue cose da risolvere, questioni private, faccende emotive. Cammina e l’aria umida le appiccica la mano alla valigia. I ragazzi sulla panchina hanno le giacche tirate fino al mento, fumano e non si parlano, gli passa davanti pensando che probabilmente si tratta di spacciatori a cui chiederebbe roba da fumare, da sniffare, roba qualsiasi con il potere di farla sentire piú a suo agio nel mondo. Se li lascia alle spalle e fissa il lampione in lontananza, con la lampadina che si accende a intermittenza come il flash di una macchina fotografica che punta su di lei.
Pochi minuti fa ha parlato al telefono con Sarah.
Alla fine della telefonata si è sentita stanca e irrisolta.
Si erano ripetute le stesse cose, con lo stesso tono grave delle ultime volte, con le lunghe pause e i respiri pesanti delle ultime volte, con i giri di parole che iniziavano comprensivi e finivano accusatori. Queste discussioni sono diventate castelli di carte, pensa Vita.
«Non parliamo piú di fatti, Sarah. I nostri problemi non hanno piú una consistenza reale, continuiamo ad architettare teorie. Il problema siamo noi».
«Abbiamo tutto, come fai a non vedere che abbiamo tutto?»
Vita è rimasta zitta. Sarah le ha chiuso il telefono in faccia.
La sua carrozza è lontana, l’ultima.
Quando la raggiunge appoggia il trolley sul primo gradino e si ferma un momento per alzarsi i capelli e liberare il collo. Il freddo dell’inverno soffia sulla nuca e per un momento Vita sente sollievo.
«Vuoi aiuto?» chiede una voce alle sue spalle.
Vita si lascia ripiombare i capelli addosso, solleva la valigia e sale.
«Non c’è bisogno, grazie».
Un neon smisurato illumina il treno. Vita fissa i numeri e avanza, come tutti ha fretta di prendere posizione, capita in un posto a quattro con il tavolino in mezzo. Due ragazze sono già comode e stanno facendo la Settimana Enigmistica.
In questo periodo Sarah conduce un laboratorio teatrale. Legge testi di Sarah Kane e Mark Ravenhill, non fa che pianificare performance.
L’anno scorso si era intestardita a produrre un video in cui si mostrava completamente nuda con un asterisco disegnato sul sesso e leggeva con una voce impostata male, fintamente naturale, un testo di Rebecca West. Poi l’ha messo su YouTube e aspetta ancora che diventi virale.
Vita pensa ai capelli neri che le scendono sulle spalle incurvandosi, alle volte che le ha spostato una ciocca dietro l’orecchio per liberarle il viso e vederla meglio, ai momenti in cui ha sentito di amarla e che voleva eterni. Pensa che Sarah abbia ragione a insistere con le sue domande e che lei abbia torto a non risponderle per la naturale angoscia che l’afferra all’idea di perdere chiunque.
Pensa di non sapere andare oltre l’inizio di una relazione.
Pensa, Vita, di finire con l’essere un buco nero che ingoia tutto e sparisce in sé stesso.
Le viene in mente che quando era poco piú che una bambina, camminando a fianco di suo padre verso la scuola di danza, pensava che non sarebbe piú tornato a prenderla. Che avrebbero raggiunto l’ingresso, lui l’avrebbe salutata con un bacio sulla guancia, raccomandandole di chiudere l’armadietto a chiave. E non sarebbe tornato mai piú.
Poi pensa che suo padre si sarà dimenticato che sta per arrivare, e anche che è Natale.
Il treno intanto è partito come una possibilità dall’esito incerto. La sicurezza di farcela è solo un calcolo di probabilità, pensa Vita, una questione statistica, tra il punto di partenza e quello di arrivo ogni cosa è precaria, la perfetta linearità dei binari non conta niente quando un treno ci corre sopra a trecento chilometri all’ora.
Guarda le ragazze assorte sulla Settimana Enigmistica, una cosa difficilissima da fare in due. Origlia i discorsi e si fa l’idea che siano intelligenti, ma anche cretine, che in fondo è come siamo tutti, pensa, e allora fissa lo sguardo sulle lettere che si incrociano, sulle parole spezzettate. Legge i suoni appesi nelle caselle che cercano un significato nell’incastro perfetto.
Concepisce la sua esistenza come un cruciverba in cui un errore di stampa rende impossibile il completamento.
Dal finestrino non vede l’esterno perché è buio, solo il riflesso del neon e il riflesso di sé stessa, ma fatica a riconoscersi. I capelli lisci le appaiono piú lunghi e scendono oltre le spalle, Vita li sposta da un lato, guarda il collo scoperto che nel riflesso è eccessivamente stretto, segue con gli occhi una vena che pulsa non di sangue ma di angoscia e che arriva all’attaccatura dell’orecchio, con la mano destra si stringe il collo per farla smettere. Suo padre un giorno aveva aperto la porta della sua stanza e l’aveva trovata a sfogliare un giornaletto per adolescenti che si chiamava Cioè.
L’aveva guardata con disprezzo.
«In questo modo diventerai una donna che preferirei non conoscere in futuro» aveva detto.
E adesso che il futuro era arrivato, Vita si chiedeva se era andata cosí.
Scrive sul taccuino: treno per Trieste, h. 19.00, ultimo viaggio verso casa di mio padre. Sono incapace di scegliere come vivere (figuriamoci con chi), quindi chi essere, e il tempo stringe, ho dunque paura di morire, senza, in definitiva, essere stata nessuno.
Al distributore automatico ci arriva barcollando come un’attrice ubriaca, guarda avanti e si tiene l’orlo del vestito per non farlo salire.
C’è un uomo che sta aspettando il caffè. Vita fissa il suo profilo contratto che lo fa sembrare impensierito, le rughe intorno agli occhi sono disegnate come in un ritratto a carboncino. Una manica del maglione scuro è appena sollevata e scopre un tatuaggio sul polso dove c’è scritto My heart is full.
È davanti al distributore e si gira un attimo verso di lei, uno sguardo che a Vita sembra distratto, non si sposta per lasciarle spazio.
«Caffè?» le chiede.
«Amaro». Vita risponde porgendogli una moneta che lui non prende.
Bevono il caffè insieme.
«Non volevo infastidirti prima».
Lo guarda senza capire.
«Quando ho cercato di prendere la tua valigia».
«Sei stato gentile».
«Arrivi fino a Trieste?»
«Sí. Mio padre sta morendo» dice e, mentre lo dice, le sembra assurdo.
«Mi dispiace». Vita si limita a un’espressione di circostanza ma vorrebbe scusarsi di questa intimità a cui lo ha costretto. «E tu?»
«Mi fermo a Venezia, dove abito da qualche anno».
«Mi sono sempre chiesta come si vive a Venezia».
«Si vive nell’acqua».
Il cellulare vibra, sono messaggi di Sarah.
Ho provato a chiamarti ma non prende. Sei arrivata?
No.
Mi chiami appena puoi? Devo dirti una cosa importante.
Appena posso.
No, chiamami adesso. Devo dirtela adesso.
Scrivila.
Non ti perdonerò mai.

L’uomo aspetta. Vita sente i suoi occhi e controlla il corpo, inclina la testa verso la spalla e porta i capelli da un lato mentre digita sul cellulare.
Sta osservando la linea dell’ovale, il collo in tensione e i movimenti delle dita.
Quando il treno fischia violentemente sembra all’improvviso che i binari non siano piú dritti, dondola quasi. Non è normale, pensa Vita e mentre lo pensa perde l’equilibrio, sente i tonfi delle valigie che cadono, anche Vita cade, il caffè finisce per terra e le macchia le scarpe, lui è instabile ma le afferra un braccio per sorreggerla prima che sbatta contro la parete. Punta i piedi e sostiene entrambi.
Il fischio è ancora fortissimo, spaventoso, fa pensare a un’esplosione imminente. Qualcuno, dalle carrozze, grida. Un gatto con la coda gonfia passa da una carrozza a un’altra in una corsa isterica e piomba sul distributore che lampeggia.
Vita è diventata pallida, ancorata a lui con entrambe le mani vorrebbe chiamarlo per nome ma non lo sa, gli stringe il maglione all’altezza dei fianchi, mentre cade con le ginocchia per terra, come se lo stesse implorando.
Il treno, lentamente, si ferma. Un annuncio informa che due estranei in corsa hanno attraversato i binari, il conducente ha attivato il freno d’emergenza, tranquillizza i passeggeri, comunica che sarà effettuato un controllo per accertare la buona salute di tutti e che il treno riprenderà al piú presto la corsa verso Trieste. «Stai bene?»
«Sí» risponde incerta sentendo di colpo, per la prima volta, il pesante senso dell’incertezza della vita. «Dovremmo bere qualcosa di piú forte adesso» sorride, mentre allenta la presa.
Vita sente un disordine attraversarle il corpo.
«Dovresti scendere a Trieste allora» dice, riprendendo faticosamente il controllo di sé, mentre una nausea dolciastra le sale dallo stomaco alla bocca.
«Mi piacerebbe poterlo fare».

Attraversa la stazione, passa sotto gli enormi archi per uscire dall’ingresso principale, in piazza della Libertà. C’è freddo e silenzio, potrebbe prendere un taxi e rintanarsi un attimo. Resta qualche momento ferma in quest’indecisione e accende la sigaretta.
Vuole arrivare a piedi, pensa Vita che camminare sia la scelta giusta. Camminare e pensare sono in un rapporto costante di reciproca intimità. È una frase che crede di ricordare nel momento in cui la sta pensando. Una frase che la riguarda.
Riva Tre Novembre è lunga e cosí ampia e il mare sullo sfondo è cosí scuro che se Vita si guardasse da una finestra dei palazzi allineati si vedrebbe molto piccola camminare sull’orlo del precipizio.
Il Caffè degli Specchi è chiuso. Quella notte non avrebbero bevuto qualcosa insieme, pensa, e non lo avrebbero fatto mai.
Quando Vita apre la porta di casa tutte le luci sono spente, tranne quella della cucina.
«Iniziavo a pensare che non saresti venuta» dice suo padre quando la vede entrare.
«Ho fatto tardi perché mi sono persa, scusa».

Vita guarda il mare fuori dalla finestra mentre tiene in mano la mela che era sul tavolo, suo padre le si mette vicino, ha un sorriso semplice e malinconico che Vita vorrebbe riuscire a trattenere.
«La marea sta salendo di nuovo, papà».