Vive! Storie di eroine. Intervista ad Alessandra Sarchi

di Debora Lambruschini

 

Un testo ibrido, fra saggio critico e racconto, rilettura appassionata e tributo a dieci eroine tragiche della letteratura occidentale; ma anche un progetto che abbraccia due modalità espressive differenti, la narrazione scritta e l’audio. Con Vive!, prima un podcast per Storie Libere e ora un libro pubblicato da Harper Collins Italia, Alessandra Sarchi crea una narrazione partecipe e puntuale nel tentativo di superare uno degli stereotipi letterari più antichi: il destino tragico delle protagoniste femminili che non si adeguano alla morale del loro tempo. Dieci figure letterarie ben impresse nel nostro immaginario collettivo – Didone, Emma Bovary, Ofelia, Ersilia Drei, Hedda Gabler, la Nouvelle Héloïse Julie, Francesca da Rimini, Anna Karenina, Marguerite Gautier, Albertine – la cui morte tragica rappresentava il solo epilogo possibile per essere infine libere dalle gabbie che le imprigionavano, condannate da regole e costrutti sociali del proprio tempo. Ma che cosa accadrebbe, immagina Sarchi, se non morissero, se qualcosa del loro destino mutasse? Quali strade alternative potrebbero percorrere? Strade di cui i testi originali portano già traccia, talvolta appena accennata, altre più riconoscibile come se già nelle intenzioni degli autori – tutti uomini non a caso – si fosse insinuata l’idea di un finale altro, di una libertà possibile, ma che il tempo, le convenzioni, hanno impedito.

 

A scanso di equivoci: immaginare un destino diverso per queste eroine è un atto letterario che non vuole giudicare né cancellare il disegno originale con cui sono state concepite,
 ma sviluppare uno spazio nuovo, possibile.
(introduzione, p. 21)

 

Uno spazio nuovo, possibile, di cui Sarchi rincorre le tracce nel testo, strutturando per ogni protagonista una narrazione in due parti: un breve saggio critico con il quale contestualizzare la figura letteraria e l’opera conducendo il lettore tra gli aspetti più caratterizzanti del testo e della sua protagonista; poi, dare voce a essa, mediante l’invenzione letteraria, e diventando di volta in volta pensiero e parole: di Emma Bovary che trova un modo a lei congeniale per sopravvivere all’insoddisfazione e all’ipocrisia della società, di Didone trincerata dietro la maschera della regina indomita che medita vendetta contro chi l’ha tanto profondamente ferita, della sempre obbediente Ofelia perfetta vittima sacrificale che trova nel caso la propria libertà, di Anna e la sua condanna a una società bigotta salvata dalla solidarietà delle amicizie, delle perpetue incarnazioni di Marguerite signora delle Camelie…
Quella operata da Sarchi è già una selezione molto interessante e a partire dal comune destino tragico ci porta a interrogare l’autrice per capire quale particolare rapporto la leghi proprio a questi testi:   

 

Sarchi: La scelta di queste dieci eroine è stata dettata dal fatto che fossero tutte accomunate da una morte tragica a seguito di un amore infelice o impossibile. Il connubio – amore/morte - è così tanto un luogo comune della letteratura, per quanto riguarda le donne, da diventare anche un punto cieco: per le eroine, se si escludono quelle dei poemi cavallereschi come L’Orlando innamorato o L’Orlando Furioso, non è prevista altra forma di gloria o di rilevanza. Ciascuna di loro, poiché si tratta di eroine molto famose e piuttosto paradigmatiche della condizione femminile, è stata determinante nella mia crescita, al tempo stesso ho cominciato a provare una certa insofferenza per il destino tragico cui erano condannate proprio perché mi sembrava un topos letterario, frutto di una certa inerzia e di una visione della donna, del suo ruolo e delle sue possibilità, oggi non più condivisibile.

 

In queste storie, in questi racconti, c’è molto spazio per l’invenzione letteraria, ma moltissimo era presente già nel testo originale, il destino immaginato per queste eroine tragiche è in fondo una delle possibilità di cui i testi erano disseminati. Sentieri già accennati che Sarchi sceglie di far percorrere alle sue eroine.

 

Sarchi: Già Ovidio nelle sue Eroidi aveva immaginato di concedere voce e spazio alle eroine della mitologia e della letteratura greco-romana, ma non aveva rotto – e come avrebbe potuto? – le convenzioni che vedevano comunque nella donna una moglie e una madre principalmente.
Duemila anni dopo possiamo andare oltre. Possiamo aprire le porte intravviste e subito richiuse dagli autori stessi, in questo senso la figura che mi pare di aver portato alla sua massima realizzazione è Albertine di Proust, che nella Recherche è un’ambigua unione di tratti maschili e femminili e che oggi potrebbe definirsi tranquillamente una creatura queer.

 

Le figure letterarie qui presentate oltre ad appartenere a dieci capisaldi della letteratura occidentale rappresentano anche un dialogo ininterrotto con la contemporaneità: specchio dell’epoca e del contesto sociale entro cui si muovono, ma le passioni, i muri e le convenzioni contro cui si scontrano sono riflesso di limiti mutati ma ancora riconoscibili nel contemporaneo.

 

Sarchi: In ciascuna di loro ho ravvisato una parte di me stessa, ma anche la possibilità di un superamento, perché la condizione femminile, nonostante oggi se ne parli molto, è ancora stretta da cogenti strutture patriarcali. Queste eroine  hanno tutte tratti di modernità, basti pensare alla signora delle Camelie che applica al suo nuovo amante le stesse condizioni di fedeltà e autonomia che le donne vedono applicate a se stesse, o a Ersilia Drei che fa emergere la mania di manipolazione maschile, anche quando è celata sotto cosiddette premure paterne, ma nelle opere originali sono tenute sempre un passo indietro rispetto a un gesto di liberazione che è esattamente quello che mi sono permessa di far compiere a loro. Credo che faccia parte della possibilità di tenere vivi i classici la loro riscrittura o rilettura: è evidente che con l’Iliade, ad esempio, si possono fare tante cose dalla ricerca filologica, a quella storica, fino alla rilettura in chiave contemporanea. Non sono operazioni sempre riuscite, dipende da tanti elementi, ma fanno parte di un dialogo col passato che è imprescindibile per chi scrive o si esprime in qualsiasi forma artistica.

 

Ma è soprattutto il corpo uno dei fili rossi che lega questi ritratti. Perché il corpo delle donne è così spesso e pericolosamente oggettivizzato, confrontato con altri, trattato come una merce; è identità, colpa se non conforme, ma anche mezzo potentissimo di espressione, denuncia. Una condizione sublimata nella figura di Francesca:

 

Quel che ci strazia è l’essere senza peso e in preda al vento di Francesca. Se penso a Francesca provo il desiderio di restituirle un corpo.
(p. 56)

 

Ridarle un corpo è la possibilità che nel testo a lei dedicato Sarchi esplora con grande slancio. Un discorso similare sul corpo vale anche, in forme diverse, per Anna Karenina, Marguerite Gautier (perfino il suo corpo senza vita è ancora oggetto dell’attenzione dell’amante), la smaterializzazione del corpo di Ofelia la cui morte avviene fuori scena…

 

Sarchi: Mi trovo del tutto concordo con questa tua osservazione e te ne sono grata. Pensare alla voce reincarnata di queste eroine ha voluto dire prima di tutto immaginarle in carne e ossa, donne vive non di carta. Donne concrete: ridare loro un corpo vuol anche dire che non è così semplice sbarazzarsene, quando la trama inclina inevitabilmente in quella direzione. Nel corpo e nella voce di ciascuna di loro io vedo iscritta una forma di unicità che è già di per sé un riscatto. La reificazione del corpo non è solo il portato di uno sguardo maschile, mosso prevalentemente dal desiderio ma anche dal disprezzo per il corporeo cui il femminile è associato; bisogna infatti ricordare che tutta la cultura occidentale da Platone in poi ha condannato il corpo come luogo vile, come luogo delle particolarità da contrapporre all’universalità del logos e del pensiero. Ma noi sappiamo che esistono nella letteratura, come nella vita, solo corpi unici e storie particolari.

 

Ma è quando gli uomini, la società, non riescono a etichettarle, quando similmente a Hedda Gabler non rientrano in una delle scatole entro cui il patriarcato vorrebbe confinarle – moglie, madre devota – che le donne diventano un problema. Ognuna di queste dieci figure femminili, letterarie sì ma così tangibili, rappresenta la ribellione a quel sistema e, ahimè, la loro morte tragica la punizione, l’unica forma di libertà possibile. Ecco quindi che l’invenzione di Sarchi assume un valore ulteriore, non di semplice riscrittura, ma esplorazione delle altre vie possibili.

Sarchi: Walter Benjamin diceva che è sempre possibile immaginare l’ulteriore continuazione di un racconto e io credo avesse ragione perché la fine o il finale sono sempre qualcosa di fittizio e di arbitrario con cui si pone termine a una storia. Le storie come la vita sono infinite.
Vero è che non tutte le storie sono possibili in un certo momento storico, ad esempio per Tolstoj la morte di Anna Karenina, oltre a essere la sigla di un destino tragico, è anche l’unico modo che concepisce per una figura di adultera che la società dell’epoca stigmatizzava e isolava. Quante Anna Karenina ci sono anche oggi? Eppure in un contesto sociale mutato e con maggiori diritti acquisiti, le donne che si separano da un primo marito e hanno un figlio con un altro uomo, in genere, non finiscono sotto un treno. Per non allontanarmi troppo da Tolstoj, quello che ho concesso alla mia Anna Karenina è la comprensione delle sue simili, la loro fiducia e supporto. Se Anna avesse avuto la piena amicizia di Kitty e Dolly, forse non si sarebbe suicidata, perché non è solo la gelosia e l’inaffidabilità di Vronskj a provocare la sua disperazione, ma l’isolamento, la solitudine e il non trovare delle sorelle che le tendano la mano.

Su queste infinite possibilità si reincarnano Ofelia, Francesca, Anna e le altre, scegliendo di percorrere una strada alternativa al tragico destino pensato per loro dalla mano che le ha create. E in quelle infinite possibilità risiede appunto il cuore della narrazione: testi che trascendono il tempo e lo spazio, sui quali è possibile operare molteplici riletture, pronti ad accogliere le istanze del tempo in cui si muovono.