Appunti d'amore e di guerra, di George Bernard Shaw

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di Debora Lambruschini

In questo libretto dall’esiguo numero di pagine è racchiuso davvero moltissimo ed è interessante come sia possibile soffermarsi a riflettere sul suo contenuto da diversi punti di vista. Intanto, la prima cosa degna di nota: Appunti d’amore e di guerra, di recente pubblicato da Mattioli 1885, raccoglie per la prima volta in italiano testi inediti di G.B. Shaw, che nel corso di una lunga carriera ha scritto pochi racconti, ma di cui qui ne sono tradotti alcuni fra i più esemplari. Critico teatrale, drammaturgo, attore premio Oscar, scrittore insignito del Nobel, la scrittura di Shaw si caratterizza per l’ironia pungente, la prosa elegante, lo sguardo attento sulla realtà e le ingiustizie sociali, come traspare anche in questi scritti. Amore e guerra sono i due perni intorno ai quali ruota la narrazione, due tematiche in cui il genio di Shaw si esprime ora con ironia e leggerezza, ora con drammaticità, proprio laddove non te lo aspetteresti.
Quattro racconti e un memoir raccolti in questa bella edizione curata da Silvia Lumaca, che firma anche un’interessante prefazione all’opera per meglio inquadrarla nel contesto della produzione artistica dell’autore irlandese. Uno spunto, ma ancor più apprezzabile per la rarità con cui purtroppo oggi si trovano prefazioni alle opere e cenni bibliografici, uno strumento preziosissimo invece per orientarsi nella lettura di un testo, specie se particolare come questo.
Non è difficile in questi scritti riconoscere la voce di Shaw, lo humor messo al servizio della rappresentazione sociale, proprio di quel suo teatro delle idee con cui è noto a pubblico e critica: perché esattamente questo doveva essere il ruolo del teatro, farsi veicolo delle idee, superando la tradizione ottocentesca per rappresentare le contraddizioni della società vittoriana, mostrare la realtà senza retorica o finti moralismi, anche per mezzo dell’ironia e della satira. In questi scritti c’è molto della sensibilità artistica di Shaw, che gli permette un’attenta costruzione dei personaggi femminili, che siano protagoniste della storia o che non compaiano quasi mai in scena. L’universo letterario di Shaw, formatosi mediante le letture giovanili di Shakespeare e Shelley, il fondamentale incontro con l’opera di Ibsen, e l’attenzione come si diceva alle tematiche sociali, si traducono anche nella creazione di personaggi femminili anticonvenzionali, distanti dallo stereotipo dell’angelo del focolare di stampo vittoriano, ed emergono anche in questi scritti per ironia, arguzia, indipendenza. Non arrivano a ribaltare del tutto i canoni tradizionali come sarà proprio della New Woman di fine Ottocento o della prima ondata femminista di inizio secolo, ma sicuramente è possibile leggere in questi racconti il desiderio di rappresentare una donna che si muove più autonomamente nella società, esprime le proprie opinioni, compie scelte anticonvenzionali. È, personalmente, la chiave di lettura con cui ho tentato di indagare questi scritti, un fil rouge che li lega l’uno all’altro e ci da la misura di una tematica cara all’autore.
Le donne di Shaw, quindi, si muovono piuttosto liberamente e in autonomia, rifiutando chaperon e prendendo per prime la parola. Ne è un interessante esempio la protagonista del racconto d’apertura, “Don Giovanni chiarisce”, da cui peraltro nascerà la celebre commedia “Uomo e superuomo”: è la protagonista stessa a rivolgersi al lettore, raccontando di sé e dello straordinario incontro con il fantasma di Don Giovanni. Prima ancora della trama, del racconto di Don Giovanni e delle sue avventure, a interessare è soprattutto il ritratto di questa giovane donna, la sua ironia e intelligenza:

 

Ma lascia che ti dica che se c’è un divertimento di cui non sono mai andata in cerca è quello della seduzione, né mi sono mai preoccupata di impararlo. […] se sono più conosciuta dalle nostre parti come una bellezza da conquistare che come una botanica o un’insegnante, è perché nessuno ammetterà mai che io abbia altri interessi al mondo se non quello di fare un buon matrimonio.
(“Don Giovanni chiarisce”, p. 14)

 

Dopo aver assistito a uno spettacolo a Londra – proprio il Don Giovanni, di cui tuttavia non ha particolarmente gradito l’interpretazione – la ragazza viaggia sola sul treno che la riporterà in campagna, un fatto già questo degno di attenzione. Libera da accompagnatori, apre al lettore uno sguardo sul proprio mondo interiore, sulla società che la vorrebbe costringere entro certi ruoli prestabiliti, sul potere della propria bellezza e gioventù, che offuscano tutto il resto:

 

Gli uomini, anche i più amabili, cercano la mia compagnia per ammirare i miei lineamenti e la mia figura, e non per esercitare le loro facoltà intellettive.

(“Don Giovanni chiarisce”, p. 14)

 

Una critica sottile, che implica molto più di quanto chiaramente espresso sulla pagina, aprendo il discorso alla riflessione sulla Woman Question e sul desiderio ancora oggi non pienamente realizzato di essere riconosciute come individui dotate di intelletto e desideri che non sempre coincidono con il matrimonio. La giovane protagonista e Don Giovanni si riconoscono in parte come simili, entrambi chiusi dentro la gabbia che altri gli hanno costruito intorno, uno costretto nel ruolo del libertino impenitente, l’altra in quello dell’aspirante moglie trofeo cui non sono richieste opinioni o particolari guizzi di intelletto.
Ironicamente, mano a mano che il fantasma procede nel racconto delle sue disavventure, l’incantesimo-maledizione si compie ancora una volta e nemmeno la ragazza sembra immune al fascino di Don Giovanni.
Fascino che altre esercitano in modo decisamente anticonvenzionale, suscitando le ire di mariti gelosi e, soprattutto, costernati dalle idee a dir poco originali della propria moglie. È così che Shaw ci porta nello studio di un avvocato, dove avviene una curiosa conversazione fra lui e un cliente-amico deciso a divorziare dalla moglie:

 

Ha mai sentito di una donna che è andata da suo marito e gli ha detto che, visto che la Natura l’ha dotata del talento straordinario di far innamorare la gente, lei considera un peccato non esercitarlo?
(“I doveri di una bellezza”, p. 48)

 

Sarebbe un talento sprecato, molto più ragionevole utilizzarlo – non è dato sapere fino a che punto – e lasciare dietro di sé una fila di spasimanti.
Poi, di colpo, Shaw cambia scenografia – ma non del tutto registro e qui sta la particolarità – e porta il lettore in trincea, mediante una fiaba cupa, inizialmente pensata come contributo al Libro per bambini di Marie José, nel quale tuttavia non è stata inclusa proprio a causa della cupezza di cui è intrisa e, soprattutto, del sottotesto più adatto a un pubblico adulto. “L’imperatore e la bambina” è un’amara riflessione sulla guerra, l’altra faccia si diceva di questa raccolta di scritti, sul potere, l’insignificanza della vita umana e la morte. L’incontro fra il Kraiser e una bambina che porta l’acqua ai moribondi intrappolati nelle trincee, è lo spunto per riflettere sull’assurdità della guerra – in questo caso la Grande Guerra, dalle trincee delle Fiandre – , la  realtà filtrata dallo sguardo semplice di una bambina che ha conosciuto la morte da vicino e interroga l’imperatore con domande tanto dirette quanto vaghe sono le risposte – e le certezze – che l’uomo le fornisce. Una favola sempre più oscura, il mezzo letterario ideale per raccontare una guerra che è tutte le guerre, di ogni tempo e luogo.
Le posizioni pacifiste di Shaw appaiono ancor più evidenti nel memoir che chiude la raccolta, “Carne da cannone”, brevi scene e riflessioni del 1902 in cui la bellezza di un incontro contrasta duramente con la realtà degli uomini che si stanno imbarcando per raggiungere il fronte. Poco conta in questi scritti conoscere il dettaglio di quale zona di guerra si stia trattando, quanto distante da noi nel tempo e nello spazio essa sia, resta il sentimento di condanna di ogni conflitto, la disperazione della perdita, la morte, lo spoglio del potere da ogni forma di aulica misticità.

 Torniamo indietro di qualche pagina, al terzo racconto, per ritrovare una maggior leggerezza tematica e, ancora una volta, un interessante ritratto femminile, la donna contesa fra due spasimanti de “La serenata”. Un soggetto semplice, ma anche in questo caso trattato con sguardo lucido e attento nel ritrarre – seppur per pochi cenni e raramente sulla scena – una donna poco convenzionale e il corteggiamento sulle note della serenata di Schubert. Una scena dagli esiti divertenti, che sottende a qualcosa di più di quanto rappresentato, uno spazio che sta al lettore colmare.
È opportuno soffermarsi sulla vastità di considerazioni e di riflessioni, sia di natura stilistica che contenutistica, un libro così snello possa comunque fornire. E questo rende ancora più evidente quanto sia forte la portata di certi autori e scelte editoriali.

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