L'anima di Alba de Céspedes

di Anna Lo Piano

Per chi ha conosciuto Alba de Cespedes attraverso i suoi romanzi più famosi, da Nessuno torna indietro a Dalla parte di lei, fino a Quaderno proibito, la ristampa della sua prima raccolta di racconti L’anima degli altri ad opera di Cliquot, permette di scoprirne gli inizi, e confrontarli con ciò che verrà dopo. Per chi invece non la conosce ancora, forse è l’occasione giusta per avvicinarsi a un’autrice che come dice Loredana Lipperini nella prefazione al libro, “dovrebbe essere un’icona”. E basta leggere la più sommaria delle sue biografie per rendersene conto.
Nipote per parte di padre del politico cubano Carlos Manuel de Céspedes, rivoluzionario contro il regime spagnolo, presidente per due mandati e considerato sull’isola una figura mitica, Alba si forma da piccola all’ impegno politico e all’apertura culturale, e attraversa il ‘900 partecipando attivamente al suo tempo, con una vitalità e un anticonformismo da cui avremmo molto da imparare.
Durante la sua lunga carriera scrive romanzi di grandissimo successo, tradotti in molte lingue. Matura una coscienza antifascista, è resistente e dà voce alla resistenza attraverso la rubrica Clorinda per RadioBari. Fonda e dirige una rivista, “Mercurio”, che negli anni cruciali che vanno dalla liberazione di Roma a opera delle truppe anglo-americane all’immediato dopoguerra, vuole aggregare le energie intellettuali rimaste troppo a lungo sommerse, e aprire l’Italia alle realtà ancora vive, al dibattito internazionale sulle arti, la politica, le scienze.

 

Usciamo come da una vita subacquea. Un silenzio ottuso e minaccioso s’era fatto attorno a noi, le voci non giungevano più al nostro orecchio, né gli inviti e i richiami. Mondi nuovi nascevano, si schiudevano, vivevano, e noi attraverso il silenzio e il buio fondo, appena ne sospettavamo l’esistenza. E non vogliamo alludere solo a quest’ultimo anno in cui ognuno di noi ha sopravvissuto solo in virtù della sua carica vitale, ma a un periodo più lungo e remoto nel quale ogni energia intellettuale ha dovuto operare in zona d’aria condizionata, a prezzo di rientramenti, deviazioni, mutilazioni.

(Premessa al primo numero di Mercurio, settembre 1944)

 

E poi ancora nel dopoguerra tiene una rubrica sul settimanale Epoca, “Dalla parte di lei”, dove risponde soprattutto alle lettere di uomini.  Scrive di costume, e nel momento in cui cinema e letteratura in Italia vanno a braccetto, partecipa all’adattamento cinematografico di vari suoi libri.
Eppure, ricorda Lipperini, sulla sua opera pesa ancora l’idea di una letteratura “per donne”, dove il virgolettato allude a un genere minore, commerciale, di poco valore letterario. Decisamente ingiusto, come giudizio, per una scrittrice come lei che ha sempre lavorato sullo stile, sulla cura di ogni parola, e che ha dato voce alle donne perché in quel momento sentiva che era quella una questione sociale, esistenziale, di ingiustizia estrema, che non si poteva non affrontare.

“L’anima degli altri” esce con l’editore Maglione nel 1935, quando Alba de Cespedes ha poco più di vent’anni, ma già molta vita alle spalle.
A quindici anni ha sposato il conte Antamoro, a diciassette ha avuto un figlio e poi si è separata. È il padre a spingerla a provvedere per sé e per il bambino, e lei decide che la scrittura può essere la sua strada, così manda il racconto “Il dubbio” al “Giornale d’Italia”, quasi stupendosi di riceverne una risposta positiva. 
I diciotto racconti che compongono questa prima raccolta sono stati pubblicati su varie testate nel giro di un biennio o poco più, e sicuramente è facile cogliere una certa disomogeneità nella riuscita, alcune ingenuità nella composizione della trama, la presenza di un racconto come “Il ladro”, che è un’incursione nel surreale, con il tema del doppio, della creazione artistica che plasma la vita, decisamente atipico per lei che ha sempre aderito al reale contemporaneo e alla descrizione quasi chirurgica dei moti dell’anima.
Ma in essi è facile sentire anche una forza vitale, il formarsi di temi che saranno presenti in tutta la sua opera, di uno stile e di uno sguardo che nel giro di pochi anni la porteranno a pubblicare altre raccolte  (“Concerto” nel 1937, “Fuga” nel 1940, le liriche di “Prigionie” nel 1936) e nel 1938 il romanzo “Nessuno torna indietro”, ritratto corale di una generazione di donne che ha subito un grandissimo successo internazionale.

La terza persona, che accomuna tutti i racconti de “L’anima degli altri”, conduce il lettore a scavare nei tormenti dei personaggi, quasi tutti alle prese con qualche disincanto. Torna frequente il tema del tradimento inteso come impossibilità di conoscere l’altro. Sia ne “Il dubbio” che ne “Il tempio chiuso”, il dolore di chi subisce l’inganno è proprio quello di non sapere più chi si ha davanti, un senso di lontananza e incertezza che invade tutti gli ambiti della propria esistenza. Ma l’inganno è anche quello della memoria, come sa bene Renato, in “Disincanto”, quando non riesce quasi a riconoscere la “sua” Luciana nella donna che anni dopo la fine del loro amore indossa un cappotto diverso, nuovi modi, una pettinatura che forse non le dona. È l’amarezza di rendersi conto di aver vissuto un dolore non proprio, come quando Dori scopre che la madre non è morta, come ha sempre pensato, ma l’ha abbandonata per seguire la propria carriera artistica.

Mi pareva di aver vissuta una vita finta fino ad allora e che tutti fossero stati nemici e concordi nel mentirmi. Forse era il mio orgoglio che doleva di più. Anche la fotografia mi aveva mentito, anche quella che si era lasciata  bagnare di lacrime e mettere avanti dei fiori raccolti dalle mie mani infantili. Oh! Avevo pietà, tanta pietà per la bambina che ero e che si era lasciata ingannare.
(Madre celebre)

O ancora la delusione di scoprire, dopo una vita passata fianco a fianco, che la sorella che si è tanto disprezzata ci ha nascosto inaspettati sussulti dell’anima, come ne “La signorina Teresa”.

Se nei romanzi più famosi Alba de Cespedes adotta il punto di vista delle donne, in questi racconti maschile e femminile sono ugualmente impegnati in una guerra di incomprensioni e sottili sopraffazioni che prescinde dal genere, anzi a volte è interna ad esso.
La bellezza può rivelarsi una trappola, la seduzione una lotta da cui si esce sconfitti o vincitori. L’anziana ex modella di “Nudo dell’Ottocento” si reca ogni giorno alla biennale, per ammirare il proprio corpo nudo e giovane attraverso gli occhi dei visitatori. Ma quel corpo “vivo e caldo” nasconde una verità. Le sue prime pose sono state quasi una violenza, e lei, ritratta di schiena, il viso nascosto, stava in realtà piangendo. Le due giovani sorelle di “Colore locale”, che servono ai tavoli, subiscono lo sguardo degli uomini, tormentati a sera “dall’immagine delle anche morbide della più grande e dal seno acerbo della minore”. Agli occhi degli avventori, “gente sola”, le ragazze perdono la propria identità e diventano “il simbolo della casa e della donna che non hanno”. Ma consapevoli, partecipano al gioco, glielo lasciano credere, e “quelli le idealizzano. E allora ritornano e spendono volentieri”.
Appare in questi racconti anche il tema del materno come sentimento contraddittorio. C’è la madre disperata, quasi una pietà, di “Il Miracolo”, ma anche la possibilità di allontanarsi dai propri figli della “Madre celebre” e di Emanuela di “Nessuno torna indietro”, la scelta fra la realizzazione di sé e la dedizione ai figli, con le figure soccombenti della madre di Alessandra in “Dalla parte di lei” e la protagonista de “La sua strada”, l’ultimo racconto del libro

 

Del resto è sciocco piangere  perché è il destino delle mamme, povere mamme vecchie, di essere abbandonate così ad un angolo della vita quando i figliuoli seguono la loro strada: una strada nuova dove nel fondo sorride una bocca di donna sconosciuta.


Ma se le donne sono vittime delle gabbie imposte dal loro genere, gli uomini non sono da meno, con l’aggravante che essi non possono fare ricorso a quella solidarietà alla quale de Cespedes farà spesso riferimento nelle sue opere.

 

“Le ragazze mostrano alle altre compagne subito a nudo il loro cuore. Non così gli uomini: quelli si logorano in silenzio senza aprirsi con nessuno, sicuri di non essere compresi”
(La camicia da sposa)


Nell’adottare un punto di vista maschile a confronto con la propria fragilità, Alba de Cespedes dimostra che scrivere “dalla parte di lei” può avvenire solo se si è scesi prima a fondo nelle contraddizioni di entrambi i generi.
Così riesce a regalarci righe intense che indagano senza scampo i mulinelli delle reciproche oppressioni.

 

…ero contenta che sandro mi avesse cercata nel suo dolore, che la mia immagine, opaca, minacciata di scomparire, avesse preso forma, così, dietro la sua tristezza. Forse di me in quel momento aveva visto solo le braccia, due braccia aperte incontro alla sua pena e aveva pensato che sarebbe stato dolce rifugiarvisi e che avrebbe potuto dormire. … voglio vederti. Voleva vedermi o forse voleva che io vedessi lui, e attraverso lui, il suo dolore.
(Il rifugio)

 
Così Lorenzo, impiegato delle poste, tiene per sé il sogno di un viaggio all’estero, unica via di fuga da una situazione familiare che lo opprime. Darebbe qualunque cosa per vedersi riconosciuta un’autorità, una stima, che la moglie la figlia gli negano. Personaggio struggente per quella sua capacità di non rivalersi sui colleghi, nei quali rivede la sua stessa fatica, e patetico per l’ultimo scatto di rabbia verso il povero felino di casa.
Per uomini e donne, la costruzione di sé avviene attraverso prove e sconfitte. Due tra i racconti più belli sono dedicati alla descrizione dell’adolescenza, età vitalissima e infelice.

 

Quella di Mario era l’età dolorosa dei ragazzi. Quindici anni: l’età in cui si forma il carattere attraverso le umiliazioni e le delusioni della vita.
(La camicia da sposa)

Il desiderio di Mario, frustrato dalla derisione delle cugine più grandi, fra da contrappunto a quello intenso e istintivo di Mariella in “Arsura”. Il suo turbamento di fronte ai muscoli inarcati di Gigi ricorda quello altrettanto inaspettato di Alessandra di “Dalla parte di lei” si incanta a guardare i muratori al lavoro nella campagna abruzzese. Ma al di là della scoperta del piacere, splendidamente descritto attraverso l’immagine della pesca dove Mariella affonda le gengive, il passaggio dell’adolescenza avviene nella percezione del proprio sé:

 

…è l’ora nella quale l’adolescente diviene adulta, quella della solitudine…
non pensa a nulla di male; ma comincia a sentire l’indipendenza della propria meditazione e, istintivamente, il pudore della formazione del proprio “io”

E ancora, come per Mario, nella vulnerabilità agli urti, alle cadute. Perché è solo dell’età matura “l’arte di evitare gli ostacoli, di levigare gli spigoli e vivere meno intensamente”.
Eppure, forse inconsapevolmente, si trova in questi racconti una via di possibile serenità, che è quella di scartare rispetto all’ordine, e trovare una propria strada, una propria visione.

È la capacità di Lisetta di “Serenità” di rinunciare all’orgoglio, alla grandezza del passato per apprezzare le poche cose di cui dispone e l’affetto, fuori del matrimonio, di Domiziano. È il passo indietro dell’innamorato che sa vedere oltre la gelosia e l’infatuazione della moglie, per proporle di tornare insieme a casa (Un mazzo di viole), o ancora la presa di coscienza di Mitì della propria felicità in “La casa sul laghetto azzurro”, quando sa opporsi allo sguardo della compagna, che la giudica secondo valori che non le appartengono.
Ed è ancora, sempre, la possibilità di ritrovare quello slancio vitale della giovinezza di Mariella, quando non si ha ancora paura di farsi male, e si ha il coraggio di lanciarsi a capofitto nella propria esistenza.