Olga, di Alice Sivo

Racconti Edizioni porta in libreria ‘Mangime in compresse per pesci tropicali’, di Alice Sivo. Uno strano libro-acquario in cui tutti i personaggi nuotano come pesci dentro la stessa acqua, incrociando le proprie traiettorie oppure mancandosi di qualche pagina.

Cattedrale vi propone uno dei testi contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Olga
di Alice Sivo

Sono fortunata perché nella mia vita ho avuto sempre delle storie d’amore favolose, romantiche e appassionate, anche se spesso sono finite in modo tragico. Ma amare vuol dire anche soffrire, l’ho letto una volta nei cioccolatini.
Il primo è stato Leo ed ero poco più che una bambina. Facevamo insieme delle lunghe passeggiate. Anche se di solito i bambini a quell’età non vanno in giro da soli, i miei erano tranquilli a lasciarci uscire insieme, si fidavano di Leo e io con lui mi sentivo sempre al sicuro, protetta. Facevamo cose così semplici eppure così speciali: restavamo ipnotizzati davanti alle vetrine dei negozi e ci piaceva rotolare sul prato e abbracciarci, rincorrerci e poi accoccolarci vicini a leggere l’ultimo numero di Topolino. Non litigavamo mai e le mie amiche che ancora non avevano nemmeno dato il primo bacio erano molto gelose di noi. Gli scrivevo spesso dei bigliettini d’amore decorati con i brillantini e anche se non mi rispondeva mai capivo che provava per me le stesse identiche cose. Quando i miei mi hanno dato la notizia che Leo era morto sul colpo investito da un pirata della strada ho pensato che avrei preferito che fossero morti loro al posto suo e mi sono rinchiusa a piangere nella mia cameretta tutta rosa senza mangiare per due giorni e senza andare a scuola per una settimana.
Poi la vita va avanti e i dolori si superano. Ecco un’altra verità, che non ho letto nei cioccolatini ma che ho vissuto direttamente sulla mia pelle. Ero un po’ più grandicella e all’improvviso mi sono sentita pronta per una nuova storia e proprio allora è comparso Bobo. Era così possente, aveva quel nome così rude, il nostro è stato un classico colpo di fulmine. Me lo ricordo bene, all’uscita della parrocchia, era già buio e lui era lì, appoggiato a un albero, e sembrava proprio che mi aspettasse da tutta la vita. I nostri sguardi si sono incrociati, ci siamo scambiati un segnale d’intesa, mi sono avvicinata senza dire una parola, mi ha preso in modo selvaggio ed è stato subito mio e io sua, avvinghiati vicino a un cespuglio, senza pensare che qualcuno potesse vederci e giudicarci. Quando l’ho portato a casa i miei non hanno potuto fare altro che accettarlo, anche se ai loro occhi aveva un’aria poco raccomandabile. A volte effettivamente era un po’ aggressivo e quando eravamo da soli, chiusi in cameretta, mi saltava addosso all’improvviso senza dolcezze e preliminari, ma io sapevo come calmarlo e renderlo di nuovo docile e gentile. Nascondevo i lividi e i graffi con un doppio strato di fondotinta della trousse a forma di orso che i miei mi avevano regalato a Natale. A Bobo piaceva molto guardarmi mentre mi truccavo, era uno dei nostri tanti riti d’amore. Un giorno però ha deciso di andarsene via, senza neanche un saluto o una spiegazione. L’unico messaggio che mi ha lasciato è stato la trousse dei trucchi frantumata sul pavimento della cameretta. L’ho cercato per giorni, dappertutto, ho fatto stampare dei fogli con la sua foto, i dettagli sulla scomparsa e la promessa di una ricompensa e li ho attaccati a ogni palo e su tutti i muri dell’universo. Ma non è servito a niente. L’ho odiato tanto per avermi abbandonato in questo modo ma poi quel sentimento è passato e ancora oggi continuo a ricordare con piacere tutti i bei momenti passati insieme. E poi se non se ne fosse andato Bobo non sarebbe mai arrivato quel diavoletto di Tony. Che peperino era.
Ha portato in casa una ventata di allegria e buonumore. Anche i miei si sono dovuti arrendere alla sua simpatia. Era così giocherellone e ci faceva tanto ridere con le sue espressioni buffe e quando si esibiva nei suoi spettacolini con la palla. E in cameretta mi ha fatto godere più di ogni altro. Poi gli è venuto un brutto male e ci ha lasciati nel giro di un mese. Aveva solo sette anni.
Con Bernardo sto vivendo una storia matura, fatta di affetto, di piccole gioie quotidiane, di diritti e doveri reciproci. Ci facciamo compagnia, ci supportiamo a vicenda, lui mi fa tornare il buonumore quando sono triste, mi basta una semplice leccata, io lo porto a spasso tutti i giorni e gli faccio fare i bisogni. Poi li lascio lì, sul marciapiede, ai piedi degli alberi, sulle scale della chiesa, vicino alle ruote dei motorini, perché mi sembrerebbe di offenderlo e umiliarlo raccogliendoli. Non l’ho mai fatto con i bisogni di nessuno, ho avuto sempre il massimo rispetto per i miei cuccioli orgogliosi.

Ultimamente la notte sogno il nostro matrimonio, in una deliziosa chiesetta di campagna, io con un bellissimo abito bianco, scollato, con il corpetto di pizzo e vere perle e lo strascico lungo e leggero che una specie di magia fa rimanere sospeso a un centimetro da terra, per non impolverarsi e sporcarsi, Bernardo elegantissimo in un completo blu classico e insieme moderno. Io sono radiosa e lui è affascinante, siamo in estasi e non ci importa se gli invitati non sono venuti. C’è soltanto Giuseppe, che ho conosciuto ai giardini e anche se ha solo nove anni gli dico sempre che è il mio migliore amico. Non ci sono neanche i miei, che nel frattempo sono morti, anche nei miei sogni. Ci basta don Giorgio, che mi infila la fede e mi porge un costosissimo collare d’oro bianco che io metto delicatamente intorno al collo morbido e peloso di Bernie. Non mi importa dei figli e della predica sull’unione casta e feconda che ha fatto don Giorgio. Tanto Bernie per me è tutto: compagno, amico, amante, padre e figlio.

Foto di Dario Fatello