Bago, di Alberto Savinio

Bago
di Alberto Savinio

«Buongiorno, Bago.»
Questo augurio Ismene lo dice ogni mattina appena sveglia, e ogni sera prima di addormentarsi dice: «Buonanotte Bago». Le parrebbe altrimenti d’iniziare male la giornata e di terminarla male, anzi di non iniziarla e di non terminarla. Così in passato se non avesse detto «buongiorno» e «buonanotte» al babbo e alla mamma. Poi soltanto alla mamma quando il babbo morì Poi soltanto a Bug quando anche la mamma morì. E ora soltanto a Bago che anche Bug e ` morto che aveva tanti peli sugli occhi e lo sguardo umano. A suo marito Ismene dimentica talvolta di dire «buongiorno» o «buonanotte», ma allora non le pare di iniziare male la giornata o di terminarla male. Rutiliano del resto è così di rado in casa, così spesso in viaggio... Una mattina Rutilia non aprì la porta e domandò: «Con chi parlavi?» Ismene rispose: «Forse nel sogno» e questa risposta ella non ebbe difficoltà a trovarla. Non ebbe neanche l’impressione di mentire. La parte migliore della sua vita è della specie di un sogno che tanto dormendo essa sogna quanto vegliando, e anche i suoi dialoghi segreti con Bago fanno parte della parte del sogno. Dicendo che col dire «Buongiorno Bago» parlava nel sogno, Ismene non mentiva.
«Buongiorno Bago.»
Ismene è seduta sul letto, la testa china d’un lato, le mani uni te e calde ancora di notte, sorridendo nella direzione di Bago come a un padre robusto e protettore, e sta in ascolto. La camera è odorosa di sognati sogni come di fiori appassiti. Sola traccia che i sogni si lasciano dietro è questo odore, e se la camera la mattina puzza è che abbiamo sognato brutto. Sulla tenda tirata davanti la finestra lucono come gradini di una scala d’oro le strisce della luce mattutina che trapela tra le stecche dell’avvolgibile. I mobili sono ombre gravi che emergono dal pallore del muro. Su una sedia albeggia la biancheria di Ismene. Sul soffitto tremola un serto di luce che non si sa onde venga, un alone forse entro il quale si affaccerà la testa di un angelo. Ma Billi angelo non è. Che aspetta di ascoltare Ismene? Che cosa ascolta? Che cosa ha ascoltato?

(Ismene balza leggera giù dal letto e corre a piedi nudi ad aprire la finestra.)

Nulla ha echeggiato nella camera, eppure Ismene egualmente ha udito ed è contenta. Essa stamattina è più impaziente del solito dell’attesa voce, più contenta di averla udita. Oggi Billi ritorna dal suo lungo viaggio. Oggi Ismene ha bisogno più che negli altri giorni di sentire Bago presente e la sua protezione.
Ora la camera è chiara, l’odore dei sogni vizzi si è dissipato. Ismene indugia alla finestra, in fondo alla valle galleggiano ancora alcuni vapori. E` contenta. Il suo corpo rosseggia dietro il velo della camicia da notte, s’incupisce alla commessura delle cosce e del bacino in un’ombra triangolare simile all’occhio di un dio tenebroso. Ma chi all’infuori di Bago può vedere il corpo stretto di Ismene sotto il velo della camicia, simile a un gran pesce rosa sotto un pelo d’acqua? Di Bago Ismene non ha vergogna... Eppure sì. Ma è un’altra specie di vergogna. E il timore di fare a Bago qualcosa che a Bago non bisogna fare. Prima di aprire i battenti di Bago Ismene rimane un po’ incerta, come quando, bambina, stava per sbottonare la giacca del babbo e cavargli dal panciotto l’orologio per sentire sonare le ore e i quarti.
Babbo, mamma, Bug, Bago, Billi.
Quanto diverso il nome Rutiliano da questi nomi che sembrano formati apposta per la bocca di un bambino, di un balbuziente, di una creatura debole!
Quanto estraneo il nome Rutiliano! Altri sono i momenti di vergogna. Quando Rutiliano viene a trovare Ismene di notte. Ismene allora si alza dal letto, va a prendere il grande paravento e lo apre tra il letto e Bago, così da nascondere il letto. Rutiliano ogni volta stupisce di quella manovra e chiede spiegazioni. Ismene dice che ha paura dell’aria. L’aria? Sì l’aria che passa sotto la porta. E a rendere più forte il riparo Ismene spiega sul paravento la coperta di giorno del letto, che di notte sta ripiegata su una sedia. Rutiliano guarda quelle opera zioni con occhio incomprensivo. Del resto che cosa capisce Rutiliano? Che cosa capisce di lei? Rutiliano è grave e distante. Non ride mai e tiene dietro a certe occupazioni misteriose che necessitano frequenti viaggi. Malgrado il mistero che le avvolge, Ismene non ha curiosità di conoscere le occupazioni di Rutiliano. Fin dove arrivano i suoi ricordi d’infanzia, Ismene ricorda Rutiliano. Questi faceva parte della casa come il divano fa parte del salotto, come la credenza fa parte della stanza da pranzo. Per Natale e la Befana Rutiliano arrivava carico di scatole, dalle quali estraeva con meticolosità i regali. Ismene allora lo baciava in fronte e diceva: «Grazie, zio Rutiliano». Zio era un titolo d’onore e, per Ismene, sinonimo di vecchio. Non piaceva a Ismene baciare la fronte dello zio Rutiliano né tanto meno farsi baciare da lui. Eppure quando anche la mamma morì, non rimaneva altro da fare che sposare lo zio Rutiliano. A chi profittava quel matrimonio? A zio non di certo. Così almeno diceva lui. Dalla vita ormai questi non aspettava più nulla. A Ismene invece quel matrimonio avrebbe assicurato benessere e protezione. «Non ci si sposa mica per il solo nostro piacere.» Così disse zio Rutiliano il quale parlava molto di rado, ma le pochissime volte che parlava diceva delle verità inconfutabili. «Fortuna che parla così di rado!» disse Billi a Ismene, e chinò la testa. L’abito di seta, il velo bianco, i regali, gl’invitati, il pranzo avrebbero potuto fare del giorno delle nozze un giorno lieto, ma proprio in quel giorno Billi partì per arruolarsi nella marina. «Come sarebbe felice la tua povera mamma, come sarebbe felice il tuo povero papà!» disse zio Rutiliano, che in quel giorno fu anche più silenzioso del solito.
A tavola, davanti a trenta invitati che si abbottavano, Ismene chiamò suo marito «zio Rutiliano», e immediatamente il gelato le andò per traverso. Pochi giorni dopo, affinché Ismene non ri cadesse nello stesso errore, Rutiliano cambiò nome e si fece chiamare Ruti. Non era vero però che Ruti avesse sempre ragione.
Ismene non trovò in suo marito quella sicurezza, quella confidenza che aveva avuto nei suoi genitori, e per ritrovare le quali si era unita in matrimonio con lui. Le trovò invece in Bug che aveva tanti peli sugli occhi e lo sguardo umano, e dopo la morte di Bug le trovò in Bago. E Bago era impossibile che morisse. Ruti un giorno parlò di rinnovare i mobili della camera da letto, mettere dei mobili più chiari, più freschi, più intonati alla camera di una giovane sposa. Ismene difese i «suoi» mobili con un accanimento che sbalordì Ruti. Questi si maravigliò di un attaccamento così forte a mobili di così poco valore, ma in fondo fu contento di non fare nuove spese. Ismene, specie quando suo marito era in casa, passava la giornata nella propria camera vicino a Bago. Il «vecchio» armadio l’aveva vista nascere, aveva custodito i suoi abiti di bambina, poi quelli di fanciulla e ora custodiva i suoi abiti di donna. Sta seduta accanto al battente socchiuso, come per ascoltare i palpiti di quel cuore tenebroso ma profondamente buono. Si confida con lui. Dice a lui quello che ad altri e soprattutto a Ruti non direbbe mai. Gli parla del ritorno di Billi.
Ruti si affacciò alla porta, annunciò con aria lugubre che partiva con la macchina e non sarebbe ritornato se non l’indomani. Ismene lo baciò in fronte, come quando Ruti era ancora «zio Rutiliano » e le portava i regali di Natale.

Ora Ismene e Billi stanno silenziosi uno di fronte all’altro, come se non avessero nulla da dirsi. E` forse imbarazzato Billi di trovarsi nella camera da letto d’Ismene? Costei vuole sentirsi vicino a Bago, ora soprattutto che nella sua camera da letto c’è Billi.

Rombo crescente di un’automobile in arrivo. Scricchiolio della ghiaia sotto le ruote, strappo del freno a mano davanti alla porta d’ingresso.
La voce allarmata di Ancilla nel corridoio: «E re! E` tornato il signore!»
Billi scatta in piedi. E` pallidissimo. Si guarda attorno. Perché è allarmata la voce di Ancilla? Che pericolo costituisce il ritorno del «signore»? Un urlo. Urlo profondo. Più potente di quanto la più potente voce umana può dare, ma tutto «interno». Urlo «incarnato» e circoscritto entro un raggio strettissimo. Urlo a uso locale. Urlo «domestico». Urlo «cubicolare». Urlo «per pochi intimi». Nell’urlo, le porte dell’armadio si sono spalancate. Billi spicca un salto e si tuffa dentro l’armadio, che di colpo richiude i battenti. Billi è saltato volontariamente dentro l’armadio, oppure è stato succhiato dall’armadio? Nel momento in cui i battenti del l’armadio si sono aperti, gli abiti di Ismene sono volati fuori a sciame e ora giacciono sparpagliati per la camera, come un bucato in campagna. Ruti si affaccia alla porta, più lugubre che mai.
«Gente inqualificabile!» dice Ruti. «Mi fanno fare centocinquanta chilometri in macchina e non... Che disordine è questo? Perché i tuoi abiti sono sparsi sui mobili, per terra? Con quello che costa oggi un abito!» Ismene guarda i suoi abiti sparsi per la camera. Ma sono davvero i suoi abiti? Ora tutti i suoi abiti sono bianchi. Ismene guarda il suo abito da sera rovesciato sulla spalliera della poltrona, simile a un naufrago piatto su uno scoglio. La forma è la medesima, ma il colore non è più rosso ma bianco. Mentre Ismene stupita guarda il suo abito e stenta a riconoscerlo, l’abito comincia a rosseggiare e a poco a poco ritrova il suo colore che la paura gli aveva fatto perdere. Ismene invece non ritrova il suo colore: la paura la sbianca ancora che Ruti apra l’armadio per riporvi, lui così meticoloso, gli abiti sparsi. Ruti dice: «L’ordine e ` la prima qualità di una padrona di casa: ricordatelo ». E se ne va.
Ora anche Ismene comincia a rosseggiare in mezzo agli abiti sparsi, che a poco a poco ritrovano il proprio colore: il rosso, il celeste, il verde, l’arancione, il violetto.
Quando anche Ismene ha ritrovato il proprio colore, essa va ad aprire l’armadio. L’armadio è vuoto.
Da quel giorno Ismene non si staccò più d’accanto all’armadio. Non toccò cibo e anche le poche ore che dormiva, le dormiva sulla poltrona presso i battenti socchiusi di Bago.
Visse quindici giorni in tutto. Quando le tirarono via la coperta da sopra le gambe, le trovarono un biglietto posato sulle ginocchia. Era scritto con scrittura infantile. «Anch’io voglio essere chiusa dentro il corpo oscuro e buono di Bago. Gli abiti non siano tolti: sono i miei amici.» In fondo al biglietto c’era un richiamo: «Bago è il nome dell’armadio della mia camera da letto».
Rutiliano odiava l’assurdità in tutte le sue forme, ma poiché la consuetudine vuole che le volontà dei morti siano rispettate anche se assurde, Rutiliano ordinò che fosse fatto com’era scritto nel biglietto. Ismene fu collocata nell’armadio e l’armadio calato nella fossa: tomba a due ante e troppo grande per quel corpo così piccino. Come un padre che si chiude la figlia in petto.