Trenta racconti per trenta traduttori

73456008_199947147699115_194548273062989296_n.jpg

Dal 21 Novembre 2019, è in libreria La babysitter e altre storie, l’attesa raccolta di racconti di Robert Coover, pubblicata da NN editore; un libro che ripercorre la carriera di uno dei padri della letteratura americana.
Un progetto ambizioso, intelligente e riuscito in cui viene esaltato il ruolo del traduttore e quello delle parole che traduce. I trenta racconti, infatti, sono stati affidati a trenta traduttori diversi, per restituire la gamma sfaccettata e multicolore di cui è intarsiata la scrittura di Robert Coover.

Cattedrale vi propone i commenti di alcuni dei traduttori coinvolti, che ci hanno raccontato come hanno vissuto questo progetto, introdotti dalla postfazione di Serena Daniele che ha curato il testo con Luca Pantarotto.

Qui, invece, potete leggere uno dei racconti contenuti nella raccolta.

*


Serena Daniele

Quando ‘La babysitter e altre storie’ è arrivato nella redazione di NNE, circa un anno fa, abbiamo capito subito che non si trattava di un libro come gli altri. Piuttosto, era come un forziere pieno di tesori: tra quelle pagine c’erano testi che abbracciavano mezzo secolo di carriera letteraria di un unico autore, dal 1962 al 2016, e contenevano di conseguenza anche mezzo secolo di rivoluzioni – del linguaggio, del gusto, della tecnologia, della politica, dei media. Un pezzo di storia della letteratura e della società americana dalla seconda metà del Novecento a oggi. Estratti dal forziere, i tesori si mostrano in tutta la loro pienezza. Se con ragione Luca Pantarotto ha definito Robert Coover come “il quinto moschettiere del postmoderno”, La babysitter e altre storie va oltre e dichiara che di quei cinque Coover è probabilmente il più attuale e incisivo; che i suoi temi riguardano l’arte e la sua creazione, la vita, la morte, il sesso e l’esistenza di un unico tempo, il presente, dove le azioni umane lasciano tracce effimere come i cerchi nell’acqua. Coover si innalza sopra la sua stessa epoca, è acuto e lucido fin quasi a diventare corrosivo, ma è anche commovente – caratteristica piuttosto insolita per uno scrittore capace di evitare con grande maestria ogni convenzione narrativa legata ai sentimenti. E infine, ogni racconto della raccolta possiede una qualità letteraria del tutto autonoma, una molteplicità di voci e di stili che spazia in ogni genere letterario, che trabocca di riferimenti culturali e usa con disinvoltura linguaggi diversissimi fra loro. Per rendere tutta questa ricchezza abbiamo deciso di affidare ogni testo a un traduttore diverso. In questo modo potevamo raggiungere due obiettivi: condividere la raccolta con un primo cerchio di lettori forti, motivati e sensibili; e “doppiare” in italiano ciascuna delle voci letterarie di Coover. Per alcuni racconti abbiamo scelto noi i traduttori, per altri abbiamo lasciato che racconto e traduttore si scegliessero a vicenda. Ed è un po’ quello che è successo tra me e Il trucco del cappello: una sorta di attrazione fatale che mi ha spinto fuori dal consueto e confortevole cono d’ombra del lavoro editoriale e mi ha messo alla prova, per una volta, con la lingua viva di Coover. Tradurre quelle poche pagine è stata un’esperienza notevole, come camminare su un filo: cercando di non cadere di volta in volta nel banale o nell’artificioso, nella tentazione a semplificare o a complicare inutilmente, e senza mai perdere di vista la lingua di partenza e quella di arrivo. Sono arrivata alla fine del percorso molto felice e anche un po’ scossa, e ho scoperto, in fase di revisione dei testi, che anche altri fra i trenta traduttori di questa antologia avevano avuto la stessa impressione. C’è chi lo ha definito “uno di quei lavori che compaio no ogni tanto e che, per diversi motivi, si dimostrano indispensabili per trovare la forza di continuare a fare questo mestiere così bello e così terribile al tempo stesso”; chi si è detta “davvero molto fiera di aver dato il mio piccolo contributo a questo libro... ho riletto il mio racconto e no, sinceramente non mi pare che ci sia più nulla da ritoccare, e come si sa, ‘il meglio è nemico del bene’”. Ma anche chi si è sentito “come il protagonista di un romanzo di Lovecraft quando si rende conto di ciò che pulsa oltre il sottile velo del mondo conosciuto e si affaccia per la prima volta sull’abisso della perdita della ragione”. I nomi di chi ha accettato la sfida sono sotto i vostri occhi (a cui aggiungiamo Susanna Basso, che per prima ci ha ispirato questo progetto): sono quelli che hanno viaggiato nell’immaginario di Robert Coover, ripercorrendo un sentiero che va dalla Bibbia alla fiaba, dalla struttura sincopata del cinema allo slang colorato dei cartoni animati, a volte in brevissimi incisi folgoranti e altre volte in descrizioni ampie e minuziose. Per diversi mesi, abbiamo lavorato insieme, noi e loro, leggendoli, commentandoli, a volte correggendoli e ricevendo da loro altri commenti e altre correzioni, fino al risultato finale – per noi, il migliore possibile.

Silvia Pareschi (L'infanzia dell'artista)

Coover per me è stato una grande scoperta, e per questo devo ringraziare NN che lo ha (ri)portato in Italia con tutto il lustro che si merita. Lo conoscevo un po’ da qualche racconto letto sul New Yorker, ma come diceva Calvino tradurre è il migliore modo per leggere un libro, e traducendo Coover me ne sono innamorata. Il racconto a cui sono stata “abbinata” da Luca Pantarotto, L’infanzia dell’artista, è stato una folgorazione. Una lingua precisissima e raffinatissima, una descrizione del lavoro di un’artista che diventa essa stessa un’opera d’arte plastica, visibile, tangibile, un fuoco d’artificio di prosa che fila sempre sull’orlo della comprensibilità senza mai (miracolosamente) abbandonarla e che ha provocato in me che la traducevo (e sono sicura anche in chi la leggerà) un piacere quasi fisico come solo i grandi maestri della letteratura sanno provocare.

Martina Testa (Variazioni su Riccioli D'oro)

Tradurre «Riccioli d’oro» di Robert Coover mi ha dato un piacere particolare: non si è trattato di immergermi nel mondo emotivo di un autore, come mi è capitato spesso negli ultimi tempi traducendo romanzi che sono forme più o meno velate di autobiografia, ma di affrontare un testo che parla fondamentalmente di se stesso, che crea un proprio mondo autonomo con le sue regole, una forma di fiction pura che oggi è più rara di un tempo. È un racconto che ti sorprende di continuo, una storia che cresce a spirale su se stessa invece di andare convenzionalmente dal punto A al punto B, che gioca con il rispecchiamento, la parodia, i rimandi interni (la cassetta degli attrezzi del postmoderno, l’inebriante sapore vintage di una letteratura che si piaceva come falsa invece di rivendicare «verità» esperienziali) e ha un grado altissimo di controllo formale, cosa che per il traduttore è una sfida costante ma al tempo stesso una manna dal cielo, dato che non c’è testo più difficile da tradurre che quello approssimativo e poco consapevole.

Isabella Zani (Una sera a letto)

È stato più di un anno fa. Ero una donna sposata. Come al solito: estate o inverno, sono sempre sposata. L’unione procedeva anche benino, ma si sa come vanno queste cose...tanta confidenza, tutto molto gradevole e sicuro, ma un po’ di noia, certi giorni. Poche scintille. Zero batticuore, dopo mesi o anni o lustri di capitoli condivisi. Perciò è stato facile cedere al richiamo di un estraneo, e pure parecchio strano (buffo, a pensarci: in inglese si dice uguale), uno che non avrei mai cercato. Distrarsi con una storiella eccitante quanto rapida: non ci ho pensato un attimo. Ho rifilato una scusa alle trecento cartelle del mio marito-romanzo e altro che scintille, mi sono concessa seimila battute di fuochi d’artificio. Tutte d’un fiato, senza una virgola a ricordarmi nessun altro. Grazie, Robert, per quella sera a letto. Ci vediamo in giro.

Roberto Serrai (Cappello a cilindro)

Tradurre "Top Hat" è stata, prima di tutto, un'occasione per esercitare il mestiere, per una volta, come (potendo, e di solito non si può) si dovrebbe. Un testo complesso, ma di poche cartelle e quindi, in proporzione, con tanto tempo. Dunque ho potuto leggermi un bel po' di saggistica su Coover (se non conosci bene, informati), (ri)vedere Top Hat (il film), recuperare il mio vecchio bastone da passeggio per "entrare" nel personaggio - una volta lo facevo sempre - e perfino provare a "suonare" certe frasi con il kazoo per vedere come venivano, un po' come faceva Paolo Conte (si è rivelato inutile, ma tant'è). Sopratutto, ho avuto tempo e modo di cercare e trovare (al centro culturale dove la prole imparava la chitarra) una maestra di danza che potesse aiutarmi a non scrivere sciocchezze (chiedere a chi ne sa più di te è uno dei "ferri" più belli di questo mestiere). Per fortuna, non ho dunque avuto bisogno di ballare.

 

Riccardo Duranti (La fede dell'angelo caduto)

Quanto mai azzeccata la scelta di far tradurre i trenta racconti di Coover da trenta voci diverse per mettere in risalto la polifonica ricchezza di un autore che, all’inizio della sua carriera, deve aver fatto un giuramento (poi mantenuto) di non scrivere niente di scontato e di già udito, ma di scardinare sempre le aspettative dei lettori e dei critici, trovando ogni volta un angolo diverso di prospettiva per mettere in discussione miti, abitudini e orizzonti di attesa, con una verve inventiva e un’abilità verbale davvero impressionanti. Come il mago de “Il trucco del cappello” (il suo racconto più obliquamente auto-biografico, secondo me), Coover tira fuori dalla sua caleidoscopica mente “trovate” sempre più originali e spiazzanti per dare testimonianza di una realtà umana frammentata e contraddittoria. E se lo spunto per far questo è meta-linguistico, oltre che meta-narrativo, come nel caso del racconto da me tradotto, le difficoltà aumentano, ma possono essere paradossalmente superate (come del resto si fa in ogni tipo di traduzione, l’arte possibile di fare l’impossibile), spostando di poco l’asse di riferimento culturalmente “diverso” (in questo caso, sostituendo alla figura di “fall-guy” la vittima designata, il capro espiatorio dello slapstick, quella dell’angelo caduto, archetipo biblico con ruolo analogo a quello del “fallguy”) e puntando invece sulla comune abbondanza, in inglese come in italiano, di tropi linguistici legati al concetto di cadere, e oplà! si attenuano le differenze culturali e si “cade”in piedi in un testo “quasi” altrettanto efficace.