Jazz café, di Raffaele Simone

La Nave di Teseo porta in libreria Jazz café, di Raffaele Simone. Una raccolta in cui si dà vita a una serie di personaggi che hanno, malgrado la diversità dei loro destini, qualcosa in comune: la ricerca inesausta di quella scheggia di felicità e di giustizia forse concessa agli umani.
Una serie di storie che avanzano senza respiro, sospinte da un vibrante intreccio di tonalità, animate da personaggi stranianti e irresistibilmente comici e da una fitta rete di evocazioni letterarie. Sullo sfondo, grandi città inquiete, potenti notturni, vaste marine, movimenti di folle, inattesi impromptus musicali, improvvise irruzioni di versi.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.



SANTO SUBITO
di Raffaele Simone





1.

Gimmy gettò lo sguardo in strada e restò senza parole: i giorni precedenti la folla era stata fitta, certo, ma non stipata e ribollente come ora. Già alle sei di mattina un tappeto di capoccette formicolanti ricopriva Borgo Pio, folto al punto che dalla finestra non si vedeva più il suolo negli interstizi tra una persona e l’altra. Quella massa di teste, migliaia e migliaia di persone, avanzava frusciante e molle come non avesse nessuna spinta alle spalle.
Gimmy (in realtà si chiamava Girolamo) Marcatajo era inquieto: “E mo’ che succederà?” si chiese. Erano tre giorni che la zona dei borghi era invasa da quell’immensa folla tenuta insieme da un collante tenace, una massa che non si scioglieva neanche all’ora di dormire: di giorno si amalgamavano in quella fila pastosa e invadente, di notte dopo aver mangiato e buttato ordinatamente i resti ai bordi delle strade ciascuno si sdraiava su un giaciglio di fortuna, fosse pure un sacco a pelo tirato fuori dagli zaini, cantando qualche canzone delle loro, con invocazioni a Dio, santi e madonne, e dormendo poi à la belle étoile come nel più accurato degli alberghi. Erano di tutte le età, mischiati senza conflitto apparente, infaticabili: giovani, adulti, anziani, qualche vecchio vero, e un’infinità di bambinetti che stavano accanto o in braccio ai genitori senza mandare un gemito di protesta.
“Forse i bambini dei credenti non rompono,” pensò Gimmy, “Dio li rende più buoni…” Ma i loro bisogni ce l’avevano lo stesso, grandi e piccoli, benché avessero contatti diretti con Dio. Le centinaia di bagni da campo che la protezione civile aveva montato alla svelta in tutto il quartiere bastavano appena alla bisogna catabolica di quella massa sterminata: molti, donne e uomini, la pipì la facevano negli angoli, castamente, facendosi cioè attorniare da due o tre amici in modo che non si vedesse niente, e persino il resto, benché di produzione più laboriosa e schiva, era stato in più punti depositato per la strada alla meglio, Dio sa con quale riservatezza. Gli spazzini esitavano a infilarsi in mezzo a quella sterpaia di umani, la zona mandava in più punti un odore dolce di orina e lo scroscio di migliaia di bottiglie di plastica pestate da milioni di piedi.
Per fortuna l’aprile non era crudele e proteggeva sotto una sfera di sereno quel popolo di illuminati, che erano pronti a dormire all’aperto pur di arrivare a tempo per veder da vicino il papa morto. La gente dei borghi invece bofonchiava sorda: “Cce mancava puro ’sto funerale! Mo’ so’ cazzi amari so’!” Arduo uscire di casa e soprattutto ritornarci, telefoni e telefonini bloccati a intermittenza per il traffico fuori misura, poca acqua nei rubinetti, impossibile far la spesa o ricevere gente, impensabile gettare l’immondizia che da giorni restava a marcire in casa, la circolazione deviata o interdetta. I commercianti, che vendevano a prezzo quadruplo immaginette del papa e altre cianfrusaglie e che insieme alle fotografie spacciavano di nascosto anche bottigliette d’acqua minerale e d’aranciata a prezzi da mercato nero, si lamentavano come al solito, ma per finta: a loro, la vicinanza del papa morto non li rendeva migliori per niente. Tanta gente tutta in una volta non s’era mai vista in quelle strade e forse neppure a Roma in generale: uno, due, tre milioni, nessuno sapeva di preciso, lo stesso numero degli abitanti della città, si diceva, quasi una volta e mezzo, il doppio perfino: e che è?, mamma mia! Era un’inondazione, un mare, un oceano! I giornali dicevano: neanche gli anni santi del Medioevo, neanche le santificazioni più popolari, avevano portato a Roma folle simili: nessuno riusciva a spiegarsi come mai fossero in tanti, arrivati a falangi lunate, crescenti di giorno in giorno, senza freno, richiamati da chissà cosa, da un Dio, un bisogno di fede, o forse tentati dall’idea di apparire sui cristalli liquidi di casa, di “uscire in tv”, de fassevéde, come nel Grande Fratello! Difficile spiegare, sennò, come mai, in un paese ingordo, senza speranza e con le chiese vuote, le strade attorno a San Pietro fossero soffocate da quella gente disciplinata e rispettosa, spinta da un’infrenabile propensione a far del bene a tutti i costi.
Indispettito dalla folla che ronzava crescendo sotto le sue finestre, Gimmy si lavò con la poca acqua polverosa che colava dalla doccia, si vestì alla brava, senza giacca né cravatta, e decise di tentare almeno di prendere i giornali all’edicola dell’angolo. Per la scala si sentiva il cupo mormorio della gente che premeva di fuori: ed erano appena le sette. Quando Gimmy aprì il portoncino sulla strada, fece appena a tempo a gettar l’occhio fuori: il battente rinculò verso l’interno spinto dal peso delle persone che ci stavano addossate sopra. Solo quando quelli si spostarono con un soprassalto per aver perso l’appoggio, Gimmy riuscì a dischiudere la porta e a sporgere fuori la testa. Un volantino, infilato nella fessura dei battenti, ricadde all’interno.
Seduta su un gradino della soglia una donna dormicchiava poggiata allo stipite. Quando lui si chiuse la porta alle spalle, lei aprì un occhio, lo guardò con aria imbarazzata, si scostò un po’, si stirò con cura pudica la gonna sulle gambe e gli sorrise trasognata.
“Buongiorno,” disse “scusi l’invasione ma, sa, stanotte abbiamo dormito per la strada.”
“Solo stanotte?” fecero coro ridendo alcune sue compagne che erano in piedi attorno, sfiorate dalla folla avanzante.
“Dio la benedica per la sua pazienza,” aggiunse lei.
Anche lui sorrise, senza saper bene perché. Cercando di cominciare a muoversi lesse il volantino: “Ospitate un pellegrino per una notte: una magnifica occasione di fare del bene e di conoscere un fratello o una sorella.”
“Un fratello o una sorella? Ma dove?” pensò. Non sembrava di essere a Roma, una città che s’è venduta l’anima, strafottente, dove nessuno mai ringrazia per niente: quella folla mite e invadente era grata invece per la pazienza della gente malgrado le noie e le rotture che provocava. Gimmy sorrise tra sé: erano davvero diventati tutti buoni? “Servirà almeno a questo, la morte di un papa! Ne morisse uno ogni anno, allora,” pensò, e cominciò la manovra di penetrazione.