È in libreria Viaggi sulla luna, l’antologia a cura di Fabrizio Farina e pubblicata da Racconti Edizioni, dedicata ai grandi narratori che hanno raccontato il rapporto tra gli esseri umani e la luna.
Molto prima che l’Apollo 11 toccasse il suolo lunare è stata l’arte, in tutte le sue forme, ad accomodare l’attrazione preparando fatalmente il terreno per l’allunaggio. Nei suoi sogni e desideri – spesso perdendo il senno come l’Orlando – l’uomo è stato sulla Luna infinite volte, eleggendo il «pianeta» prediletto a simbolo romantico dei migliori viaggi d’avventura.
Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei racconti del volume, per gentile concessione dell’editore.
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Stanley Weinbaum
La Luna pazza
«Idioti!» ululò Grant Calthorpe. «Scemi, imbecilli, cretini!» Si scervellò per trovare un termine più esplicativo ma non ci riuscì e scaricò la sua frustrazione con un violento calcio alla pila d’erbacce che stava lì per terra. Un po’ troppo violento, in effetti; si era dimenticato che su Io c’era un terzo della gravità terrestre, così il suo corpo seguì la direzione del calcio compiendo un arco di sei metri.
Appena atterrato i quattro lunatici si misero subito a sghignazzare. Quelle enormi teste idiote, identiche come nient’altro ai faccioni da pagliaccio sui palloncini per bambini, ciondolavano all’unisono su quei colli lunghi un metro e mezzo e spessi quanto il polso di Grant. «Fuori di qui!» tuonò, precipitandosi in piedi. «Andale, sciò, smammare! Niente cioccolata. Niente dolci. Niente di niente, finché non imparate che sono le foglie di ferva quelle che voglio, non la prima cosa che vi càpita sotto il naso. Via di qui!»
I lunatici – Lunae Jovis Magnicapites, o letteralmente Testoni della Luna di Giove – si fecero da parte, ridacchiando i loro lamenti. Sul fatto che anche loro considerassero Grant un idiota non c’erano molti dubbi, ed erano pressoché incapaci di comprendere le ragioni della sua arrabbiatura. Non c’erano dolci in arrivo però, questo gli era chiaro, così i loro tipici risolini avevano preso una sfumatura di delusione.
Una delusione così cocente, a dire il vero, che il capo dei quattro, dopo aver attorcigliato la sua ridicola faccia bluastra verso Grant per dedicargli il suo sorrisetto da demente, cacciò un’ultima risata selvaggia e andò a scagliarsi di testa contro uno dei luccicanti alberi di pietra-corteccia. I suoi compari andarono a raccoglierlo in tutta tranquillità e se la svignarono, trascinandosi dietro il testone come fosse una palla di piombo attaccata alla catena di un condannato.
Grant si passò la mano sulla fronte e si avviò stancamente verso la sua baracca di pietra-corteccia, quando un paio di occhi rossi e luccicanti richiamarono la sua attenzione. Uno strisciattolo – Mus Sapiens – stava sgambettando per tutti i suoi quindici centimetri oltre l’uscio, con sotto il minuscolo e secchissimo braccio qualcosa che assomigliava parecchio al suo termometro clinico. Grant prese allora a gridare alla creaturina, raccogliendo un sasso da terra e lanciandoglielo contro invano. All’estremità del corpo a spazzola lo strisciattolo rivolse subito la sua faccia da topo, eppure semiumana, verso di lui. Poi squittì il suo ciangottio, agitò in aria il suo pugnetto come un umano arrabbiato e svanì, la criniera di pelle come quella di un pipistrello a sventolargli nel vento. Assomigliava parecchio, a dire il vero, a un ratto nero con indosso un mantello.
Era stato uno sbaglio, lo sapeva, tirargli quel sasso. Adesso quei mostriciattoli non gli avrebbero dato pace, e con la loro minuscola stazza, assieme all’intelligenza pseudoumana, erano più pericolosi del peggior nemico.
Eppure né quel pensiero né il suicidio del lunatico lo preoccupavano particolarmente; aveva assistito a prove del genere troppo spesso e poi, a dirla tutta, la testa aveva cominciato a dolergli come se si fosse barricata per un altro assedio della febbre bianca.
Entrò nel rifugio, chiuse la porta e si rivolse al suo pergatto da compagnia. «Oliver!» si sgolò, «tu che mi capisci, ma perché non mi difendi dagli strisciattoli? Che ci stai a fare, sennò?»
Il pergatto si sollevò sulla sua possente e unica gamba posteriore, aggrappandosi tramite gli artigli alle ginocchia davanti. «Un fante di cuori sulla regina di picche» osservò placidamente. «Dieci lunatici non fanno mezzo scemo.» Grant inquadrò le due frasi senza pensarci: la prima era ovviamente un’eco del solitario della sera, mentre la seconda si riferiva al lavoro con i lunatici del giorno prima. A quel pensiero dedicò un grugnito, poi si strofinò la testa dolorante – era di nuovo febbre bianca, non c’erano dubbi. Ingoiò due compresse di ferverina e affondò sfinito sulla branda, chiedendosi quanto ci avrebbe messo quell’attacco di blancha a culminare in delirio.
Si diede del rincretinito per aver accettato quel lavoro su Io, la terza Luna abitabile di Giove. Quel piccolo mondo era un pianeta di folli, buono soltanto per la produzione di foglie di ferva, da cui i chimici terrestri estraevano tanti potenti alcaloidi quanti una volta ne estraevano dall’oppio. Tutto inutile ai fini della scienza, oltretutto; ma che differenza faceva dal suo punto di vista? E che differenza faceva quel magnifico salario, se poi gli toccava tornare sulla Terra farneticando come un maniaco, dopo un anno passato nelle regioni equatoriali di Io? Giurò amaramente a se stesso che, quando il mese successivo sarebbe arrivato l’aereo da Giunopoli a prendere il suo carico di ferva, lui sarebbe tornato alla città sul polo, anche se il contratto con la Neilan Drug era di un anno intero e non gli sarebbe spettata la paga. Del resto cosa vuoi che ci combini coi soldi un lunatico? L’intero pianetucolo era impazzito – lunatici, pergatti, strisciattoli e pure Grant Calthorpe – tutti matti. Come minimo! Chiunque si fosse avventurato al di fuori di ciascuna delle due città polari – Giunopoli a nord, Erapoli a sud – si era ammattito del tutto. In città si era al sicuro dalla febbre bianca, ma ogni punto della Luna al di sotto del ventesimo parallelo era peggio che nella giungla cambogiana della Terra.
Al solo pensiero del proprio pianeta Grant si raddolcì. Appena due anni prima era stato felice, un noto cacciatore, popolare e benestante. E nella vita non era mai stato nient’altro: prima di aver compiuto i vent’anni aveva già cacciato velaffilata e filivermi su Titano, triopi e unipedi su Venere. Prima della crisi dell’oro nel 2110, almeno, quando aveva perso tutto. E quindi be’, se proprio doveva lavorare, gli era sembrato logico sfruttare la sua esperienza interplanetaria come mezzo di sostentamento. Si era detto entusiasta, per la possibilità di associarsi con la Neilan Drug.
Su Io però non c’era mai stato. Non era posto per cacciatori quel selvaggio pezzo di roccia, con tutti quei lunatici idioti e quei perfidi, scaltri, piccoli strisciattoli. Niente che valesse la pena cacciare, su quella lunetta febbricitante immersa nel caldo di Giove, lì a soli quattrocentomila chilometri di distanza.
Se l’avesse visitata prima, si disse allora mestamente, il lavoro non l’avrebbe mai accettato; Io se l’era immaginata più come Titano, fredda ma pulita. Invece era calda come i deserti di Venere, prima di tutto a causa del suo stesso bagliore, e poi perché soggetta a mezza dozzina di luci soffuse diverse – giorno solare, giorno gioviano, giorno solare e gioviano insieme, luce riflessa da Europa, e solo occasionalmente vera e lugubre notte. E per la maggior parte queste luci si succedevano nel corso della rivoluzione di Io, in quarantadue ore – una sequenza impazzita di luci, una dietro l’altra. Li detestava quei giorni vorticosi, la giungla, quelle Colline dell’Idiozia che si dipanavano dietro alla sua baracca.
In quel momento era giorno solare e gioviano insieme, il peggiore di tutti, dato che il Sole in lontananza aggiungeva quel pizzico di calore in più a quello emanato da Giove. E giusto a completare il malessere di Grant ecco quell’attacco imminente di febbre bianca. All’ennesima fitta alle tempie si lasciò andare alle contumelie e mandò giù un’altra compressa di ferverina. Le sue scorte andavano diminuendo, aveva notato: doveva ricordarsi di chiederne un po’ quando avrebbero chiamato quelli dell’aereo – no, macché, doveva tornare con loro!
Oliver si strusciò sulla sua gamba. «Idioti, scemi, cretini, imbecilli» rimarcò il pergatto affettuosamente. «Ma devo andarci per forza a quel dannato ballo?»
«Eh?» fece Grant; non ricordava di aver detto niente che avesse a che fare con un ballo. Evidentemente, decise, doveva aver detto qualcosa durante l’ultimo delirio. Oliver scricchiolò come la porta di casa, poi ridacchiò che pareva un lunatico. «Andrà tutto benissimo» rassicurò Grant. «Papà ha giurato che sarebbe arrivato presto.» «Papà!?» gli fece eco l’umano. Suo padre era morto da quindici anni. «E questa da dove l’hai tirata fuori, Oliver?» «Chissà, sarà la febbre» osservò lui placidamente. «Sei un bravo gattino, ma vorrei che fossi più assennato quando parli. E vorrei che venisse papà.» Alla fine terminò la frase con un gorgoglio mozzato che forse era stato pensato come sospiro.
Grant si mise a guardarlo con gli occhi fuori dalle orbite. Non aveva mai detto niente di tutto ciò. Il pergatto doveva averlo sentito da qualcun altro – qualcun altro? Ma chi, se non c’erano umani nel giro di duecento chilometri? «Oliver!» muggì. «Dove l’hai sentito? Dove le hai sentite queste cose?»
Il pergatto si rannicchiò impaurito. «Papà è idioti, scemi, cretini, imbecilli» disse preso dall’ansia. «Il fante di cuore sul bravo gattino.»
«Vieni qui!» ruggì Grant. «Il papà di chi? Dove diavolo… vieni qui, fai il bravo!»
Grant si precipitò verso l’animaletto, ma dopo aver teso indietro la gamba Oliver partì a razzo verso la cappa della stufa. «Chissà, sarà la febbre!» sbuffò. «Niente cioccolata!» Come un fulmine a tre gambe entrò dentro la canna, poi si udì un rumore di artigli che grattavano il metallo e in un attimo era sgattaiolato fuori di nuovo. Grant si mise a seguirlo, la testa che gli faceva male per lo sforzo, e anche se la parte ancora sana di sé sapeva perfettamente che l’intero episodio era solo frutto del suo delirio non smise di arrancargli dietro.
Più andava avanti e più l’incubo era destinato a peggiorare. I lunatici continuavano a ciondolare i loro lunghi colli al di sopra dell’alta erba sanguinina, con i loro risolini idioti e le loro facce da imbecilli ad aggiungersi alla generale atmosfera di follia. Dal suolo spugnoso sbuffavano in aria vapori fetidi e carichi di febbre a ogni passo. Da qualche parte, alla sua destra, uno strisciattolo squittiva e farfugliava in lontananza; sapeva che in quella direzione c’era uno dei loro piccoli villaggi, perché una volta ci aveva dato un’occhiata, a quelle minuscole e squadrate casupole, perfettamente incastrate nella pietra come paesini medievali in miniatura, con tanto di torri e parapetti. Secondo alcuni quei mostriciattoli si facevano anche la guerra fra loro.
La testa gli continuava a turbinare e ronzare per il combinato effetto di ferverina e febbre. Era un attacco di blancha, poco ma sicuro, e si rese conto di essere un imbecille, un lunatico, ad aggirarsi così impunemente lontano dal rifugio. Doveva rimanere sdraiato sulla sua branda; la febbre non era così grave, ma su Io erano morti più d’uno durante la fase di delirio a causa delle proverbiali allucinazioni della Luna.
E ormai stava delirando. Ne ebbe la certezza non appena vide Oliver che guardava una ragazza attraente, con un impeccabile vestito da sera e in perfetto stile anni ’20 del ventiduesimo secolo. Era piuttosto ovvio che si trattasse di un’allucinazione, di ragazze non se ne vedeva l’ombra ai tropici di Io, e anche se ce ne fosse stata una, putacaso, di sicuro non avrebbe mai scelto una mise così formale. Visto com’era pallida in viso, di quel biancore che dava alla blancha il suo nome, anche lei doveva avere la febbre. Nei suoi occhi grigi non c’era il minimo segno di stupore quando Grant decise di tagliare per l’erba sanguinina verso di lei.
«Buon pomeriggio, sera o mattino» rimarcò Grant controllando imbarazzato la posizione di Giove, che stava sorgendo, e quella del Sole, che tramontava. «O magari solo buongiorno, Miss Lee Neilan.»
Lei gli restituì uno sguardo impensierito. «Mi permetta» disse, «sa che lei è la prima delle mie illusioni che non sono riuscita a riconoscere? Conosco tutti qua intorno, e lei è il primo che mi è estraneo. Ma è davvero un estraneo, mi chiedo? Be’, conosce il mio nome… in effetti dev’esserlo per forza, essendo frutto della mia fantasia.» «Non mi metterò a discutere su chi sia l’allucinazione di chi» suggerì Grant. «Facciamo così, il primo dei due che sparisce è l’illusione. Scommetto cinque dollari che sarà lei.»
«Come faccio a riscuotere?» chiese lei. «Non posso mica prendere soldi dal mio stesso sogno.»
«È un bel problema» si accigliò Grant. «Problema mio, naturalmente, non suo. Io sono sicuro che esisto.»
«E come fa a sapere il mio nome?» domandò lei.
«Ah!» fece lui. «Dalle mie intense letture di cronaca rosa sul bollettino che mi portano con l’aereo per le provviste. Anzi, adesso che ci penso ho affisso un suo ritaglio accanto alla mia branda. Questo probabilmente spiega perché la sto vedendo in questo istante. Mi farebbe piacere conoscerla dal vivo, un giorno di questi.»
tore, ero innamoratissima di te! Avevo il diario pieno di tue foto: Grant Calthorpe in parka pronto per la caccia ai filivermi su Titano, Grant Calthorpe accanto all’unipede gigante appena ucciso sulle Montagne dell’Eternità. Sei… sei davvero l’allucinazione più piacevole che abbia avuto fin qui. Il delirio sarebbe pure… divertente» e si passò le mani sulle ciglia una seconda volta, «se la testa non mi facesse così male!» Mannaggia… pensò Grant, magari fosse vera, questa cosa del diario. Immagino sia questo, quello che gli psicologi chiamano «appagamento dei desideri nei sogni». Una goccia tiepida di pioggia gli cadde sul collo. «Meglio andare a letto» disse poi ad alta voce. «La pioggia non aiuta con la febbre. Spero di rivederti al prossimo delirio.» «Grazie» disse Lee Neilan dignitosamente. «Altrettanto.»
Grant annuì con la testa, cosa che gli provocò un’altra fitta. «Qui, Oliver» disse al pergatto imbambolato. «Da bravo.»
«Ma quello non è Oliver» disse Lee. «Si chiama Polly. Mi ha tenuto compagnia per gli ultimi due giorni, così le ho dato un nome.»
«Non è una lei» mugugnò Grant. «Comunque è il mio pergatto, Oliver.
Non è vero Oliver?»
«Spero di rivederti» disse Oliver sonnecchiando.
«Si chiama Polly. Giusto Polly?»
«Scommetto cinque dollari» disse il pergatto. Poi si tirò su, si stiracchiò e partì a grandi falcate verso l’erba alta. «Chissà, sarà la febbre…» concluse sparendo.
«Proprio così» concordò Grant, e si voltò. «Arrivederci Miss – forse posso chiamarti Lee, visto che non sei reale. Arrivederci Lee.»
«Arrivederci Grant. Però non andare da quella parte, c’è un villaggio di strisciattoli al di là della coltre d’erba.» «Ma no, è dall’altra parte.»
«Da quella parte» insistette lei. «Li ho visti mentre lo costruivano. Tanto non possono farti niente, dico bene? Nemmeno uno strisciattolo può far male a un fantasma. Arrivederci Grant.» E stancamente chiuse gli occhi. Pioveva forte adesso. Grant si spinse attraverso l’erba sanguinina, mentre la linfa rossa gli si raddensava sugli stivali in gocce di rosso sangue. Doveva rientrare presto al rifugio, prima che la febbre bianca e il conseguente delirio lo portassero definitivamente fuori strada. Aveva bisogno di ferverina.
All’improvviso fu costretto a fermarsi. L’erba di fronte a sé era stata sradicata, e nella piccola radura si ergevano all’altezza di una spalla umana le torri e i parapetti del villaggio degli strisciattoli – uno nuovo, a giudicare da alcune case in costruzione e da alcuni esserini ancora indaffarati fra le pietre.
Subito si alzarono squittii e ciangottii di protesta. Grant indietreggiò, ma venne comunque inondato da una dozzina di minuscole frecce. Una lo aveva preso nello stivale ed era rimasta infilzata come uno stuzzicadenti ma nessuna, per sua fortuna, gli aveva penetrato la pelle, dato che erano sicuramente avvelenate. Provò ad accelerare il passo, ma nell’erba spessa e scarnificata intorno a lui era tutto un coro di squittii, fruscii e imprecazioni ciangottanti.
Fece il giro largo. I lunatici continuavano a tirar fuori la testa oltre la vegetazione e di tanto in tanto uno di loro sghignazzava contrito dal dolore per il morso o una pungolata di strisciattolo. Grant tagliò dritto verso quelle creature, nel tentativo di distrarre i piccoli mostriciattoli, quando un lunatico dalla faccia viola piegò il suo lungo collo sopra di lui, sghignazzando e indicando con il proprio dito scheletrico un fascio d’erbacce che teneva sottobraccio.
Grant lo ignorò e virò verso la baracca. Sembrava avercela fatta, così continuò ad arrancare ostinato, agognando la sua compressa di ferverina, quando improvvisamente qualcosa lo trattenne. Quindi si voltò, e cominciò piano piano a ripercorrere i suoi passi.
«Non può essere…» mugugnava fra sé, «mi ha detto la verità sul villaggio degli strisciattoli. Eppure non avevo idea che stesse lì. Come fa una mia allucinazione a dirmi cose che non so?»