Orsola Nemi, l'essenza aerea della scrittura

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di Marina Bisogno

La scrittura ha decine di declinazioni: la narrativa, la saggistica, il giornalismo, la comunicazione, l’autobiografismo, la poesia, la traduzione. L’elenco non è esaustivo ma abbozzarlo ci aiuta a ripercorrere la relazione tra Orsola Nemi, pseudonimo di Flora Vezzani, scrittrice e traduttrice, e le parole. Bompiani richiama l’attenzione dei lettori su questa autrice poliedrica, profondamente cattolica, prima di tutto poeta, ripubblicando Taccuino di una donna timida, raccolta di considerazioni e pensieri, uscito in Italia per la prima volta nel 1969. È un libro senza trama, prezioso per la scrittura scintillante, che, a seconda dei casi, è un fiore da contemplare o una sciabolata impietosa, discordanza data da una espressività esercitata a forza di osservare e di commentare. La Nemi scrive delle piante, dei gatti, delle persone, dei tram che sferragliano a sera, delle scelte politiche e sociali di un Paese già avvezzo a nascondere e a negare le sue ferite. Nel taccuino si inseguono i sentimenti che l’autrice riserva alla vita: la gratitudine, la meraviglia, la rabbia, certe volte una nausea pavesiana.

Vi sono giorni in cui il vivere dà noia come portare indosso il vestito di un’altra persona, che è troppo corto o troppo lungo, da una parte avanza, dall’altra tira. Così la vita non sembra fatta sulle nostre misure.

Quando il taccuino viene proposto sul mercato editoriale alla fine degli anni Sessanta, Flora Vezzani è già Orsola Nemi. Lo è dal 1939, quando Montale legge le sue poesie e decide di pubblicarle sulla rivista “Letteratura”. È la prima donna poeta ad avere voce attraverso un canale tanto esclusivo e si battezza ‘Orsola’ per ricordare suo padre caduto da ufficiale sul Carso nel giorno di Sant’Orsola durante la Prima Guerra Mondiale. Nemi deriva, invece, dal latino nemini: di nessuno.

La poesia la conduce anche all’uomo che sarà il complice di un’esistenza nomade, votata alla conoscenza e alla narrazione. Henry Furst lavora in Italia come corrispondente del New York Times Book Review e quando legge le poesie di Orsola fa di tutto per conoscerla. La loro, più che una relazione passionale, fatta di picchi di allegria e di dolore, è un’intesa elettiva pacifica, basata su interessi comuni, un universo condiviso. Orsola è cagionevole, da bambina sopravvive a una poliomielite che la fiacca. Chi la conosce parla di lei come un’essenza aerea: la pelle diafana, un temperamento risoluto e mistico. Il misticismo si manifesta nella fede, nel bisogno inesauribile di contemplare il mare, la campagna.

 

Dalla parte del mare, la sera, con una sola stella sul petto, è una regina che vuole morire in piedi. La sua bellezza ci impedisce di guardare di là, di avere paura”. […] Il corso del giorno segue una costante felicità, il crepuscolo non ha inquietudini, la notte non ha paure. È questa la terra che ci hanno detto nemica? Il mondo dove è chiamata a vivere una razza di peccatori indegni? Non lo si crede.

 

La Liguria è la sua terra d’elezione, vi si trasferisce bambina dalla Toscana e qui allena la lirica e la scrittura. Di riflesso, diventa un rifugio anche per Henry, sebbene siano lunghi i periodi che la coppia trascorre in città, a Milano, a Firenze, a Roma. Il richiamo della costa è però insistente, una costante per l’autrice, amante del silenzio. Una chiamata che Orsola asseconda anche per periodi lunghi: ad esempio, quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale o dopo la morte di Henry, nel 1967, che rende definitivo il legame con il mare, il giardino, la natura lussureggiante e i gatti. In mezzo a questi momenti di isolamento, ci sono esperienze editoriali che l’hanno incoraggiata a sperimentare le sfumature dello scrivere. Nel 1942 Bompiani pubblica Cronaca, la sua prima raccolta di poesie. Bompiani le propone anche di collaborare al Dizionario delle opere e dei personaggi, mentre per Longanesi traduce, tra gli altri, Baudelaire, Maupassant, Balzac. Orsola collabora con riviste, quotidiani, scrive racconti e fiabe. La raccolta di racconti I gioielli rubati vince nel 1958 il premio femminile Bagutta che lei rifiuta, inorridita dall’immutato cliché della differenza tra la scrittura di un uomo e quella di una donna. Si diverte a comporre fiabe: la più famosa delle sue è Nel paese di Gattafata, illustrata da Giorgio De Chirico. Nel 1980 viene pubblicata la biografia di Caterina de’ Medici, che Orsola e il marito stavano curando insieme, prima che lui morisse. Orsola scompare dalla scena editoriale in punta di piedi, con discrezione. Il fatto che fosse sempre stata schiva e riservata non ne escludeva la risolutezza. Oggi, dopo tanto tempo, la casa editrice che l’ha sostenuta e per prima le ha dato voce, ce la riconsegna negli aspetti intimi, sfaccettati, al confine tra saggio e diario, gettando luce nuova su un’intellettuale cangiante e solida del secolo scorso.

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